Ad un passo dalla Professione Perpetua dei consigli evangelici

Chi sono, mi è stato chiesto, e come sono arrivato ad Assisi… è un po’ più complesso, ma proverò a fare una breve sintesi.

Diciamo che dopo un’adolescenza molto travagliata, non sarebbe tale altrimenti, no?!?… avevo ripreso a frequentare l’oratorio della mia Parrocchia, in cerca di qualche risposta ai grandi “perché” della vita, ma soprattutto alla ricerca di quella felicità piena, alla quale il cuore di ogni uomo anela profondamente.

Era nato un bel rapporto di amicizia con il mio parroco di allora e queste domande prendevano sempre più forza dentro me.

Nel marzo del 2000, nella mia parrocchia, sono arrivati i frati francescani per una missione popolare; era la prima volta che vedevo i frati, prima ne ignoravo anche l’esistenza… questi mi testimoniarono che questa felicità esiste ed è possibile viverla.

Carico di speranza sono partito con altri 70 giovani della parrocchia, in bicicletta, per il grande giubileo dei giovani a Roma; l’incontro con papa Giovanni Paolo II, a Tor Vergata, ha toccato in profondità il mio cuore e le sue parole che ancora oggi sono vive nella mia memoria sono: “È Gesù che cercate quando sognate la felicità”.

Quella felicità tanto anelata aveva un nome e un volto, Gesù Cristo! Da quel momento la mia ricerca di Lui non si è più interrotta.

Questo mi ha portato a mettere in discussione la mia vita, le mie relazioni, i miei desideri e bisogni.

Dopo alcuni anni sono giunto ad Assisi, e S. Francesco ha conquistato il mio cuore al Signore Gesù.

Sono stati anni di discernimento per conoscere la volontà di Dio Padre sulla mia vita, anni in cui ho fatto esperienza della Sua misericordia infinita, del Suo amore di Padre, ma anche anni di fatiche e lotte interiori per lasciarmi vincere da questo amore.

Gradualmente cresceva in me il desiderio di restituire la mia vita a Colui dal quale tutto ho ricevuto e così, nel settembre del 2005, ho maturato la mia scelta entrando in convento.

Consegnandovi uno stralcio delle grandi cose che Dio ha operato nella mia vita, il desiderio è quello di Maria Santissima: magnificare l’Onnipotente, e allo stesso tempo affidarmi alle vostre preghiere affinché mi custodiscano nel cammino.

di fr Diego

Diego è un giovane all’inizio del suo cammino nella vita francescana. Una testimonianza vera, concreta, che ha le sue radici nella gioia dell’incontro con Dio.

Sono consapevole che ogni nostro passo è accompagnato da Gesù e che il mio cammino è stato condotto da Lui e segnato dalla Sua premura.

Se potessi raccontare tutti i doni che ho ricevuto da Dio nella mia vita, non riuscirei più a finire.

In che modo mi ha interpellato Gesù? Ha bussato alla mia porta quando mi stavo rendendo conto, in fondo in fondo, di due cose.

La prima è che la mia vita era “doppia”: nonostante le innumerevoli attività in parrocchia, al di fuori di quell’ambiente ne combinavo un po’ di tutti i colori.

La seconda è che ero così perché avevo delle ferite da sanare. Gesù è venuto proprio per guarire quelle ferite, aveva il desiderio di mostrare tutta la potenza della sua Risurrezione.

Come ho scoperto tutto questo? Se ripercorro la mia storia, riconosco che la prima testimone della fede è stata mia mamma; ho visto in lei una fede sicura, certa, coriacea, tradizionale forse, ma fondata su basi solide, che l’ha sostenuta negli ostacoli della vita, rafforzando un naturale coraggio e una dolce caparbietà.

Da questa fede, però, riuscivo a trarre solo una religiosità fatta di pratiche che, se da bambino, potevano incuriosirmi, nel turbine dell’adolescenza appariva lontana dalle mie esigenze.

L’invito vero e proprio a camminare nella conoscenza di Gesù arriva d un sacerdote, il vice parroco della mia comunità, da poco giunto in parrocchia: giovane, gioca bene a calcio, simpatico, disponibile, sinceramente interessato a me… Mi chiede di far parte del gruppo parrocchiale.

Dopo un paio di rifiuti, accetto. Sono proprio le attività del gruppo, in particolare quelle estive, che mi segnano: mi accorgo che sentir parlare di Dio mi piace, anzi, di più, mi scalda il cuore. Anche pregare e stare con Lui mi dona gioia.

Sento che dentro di me c’è spazio per incontrarlo. Ma come ogni altro rapporto, anche quello con Dio, se non viene coltivato nelle perseveranza e nella sincerità, è destinato a spegnersi.Una delle grazie più grandi che ho ricevuto in questo periodo è stata la Missione popolare organizzata dai Frati di Assisi a Montegrotto, il Paese a pochi km da Padova da cui provengo.

Il terreno era stato preparato da una settimana estiva ad Assisi: accompagnavo un gruppo di ventenni, e la Parola di Dio preparata per loro, assieme alle testimonianze di frati e clarisse, segnarono una svolta per me!

La Missione giungeva a dieci anni di distanza dal primo invito ad entrare in parrocchia; dieci anni in cui il Signore mi aveva ricolmato di meravigliosi doni (un rapporto di coppia stabile, il lavoro, lo studio, l’impegno in parrocchia…), ma aveva creato in me anche forti domande e grande ricerca.

La Missione popolare mi aprì un orizzonte immenso, quello di un Dio che aveva un posto importante nella mia vita, che voleva donarmi tutto se stesso per permettermi di prendere parte alla sua risurrezione, che voleva trovare spazio proprio dentro la mia sofferenza, per permettermi di lodarlo e rendergli grazie per la guarigione da Lui compiuta.

Ho lasciato che lo facesse e in questo modo ho scoperto – dopo un cammino di discernimento che ho voluto divenisse prioritario rispetto a qualsiasi altra cosa – che il Padre aveva messo nel mio cuore il desiderio di totalità.

E per rendergli grazie, adesso sono qui.

 

Un’avventura senza fiato

Ecco la testimonianza di Aldo, Fulvio e Claudio Festa. Tre fratelli che, nello stesso tempo, hanno scoperto la chiamata a seguire più da vicino il Signore sui passi di san Francesco.

Parlare di se stessi è sempre molto difficile, se poi questo va diviso in tre la difficoltà si triplica:

– Chi dei tre scrive?…

– Il contenuto di chi scrive, piacerà agli altri due?…

– Ciò che è scritto, servirà a qualcosa?…

Troppe domande, e si rischia di preparare il terreno ideale alla “dolce tentazione” del non fare mai niente!… Tralascio, quindi, dubbi e perplessità e mi “immergo” risolutamente in questo scritto-testimonianza nella santa speranza di glorificare Dio anche così!

Subito mi nasce impellente una domanda: “da dove comincio?”. Credendo di essere originale, mi dico: “comincio dalla fine”… e mi compiaccio della trovata, ma un attimo dopo mi chiedo in che modo potrò arrivare al principio della storia se comincio dalla fine?… Boh, ci provo!

Se si guarda a ritroso la propria storia che, nel mio caso, è strettamente legata a quella dei miei due fratelli, – Claudio e Fulvio – si ha quasi sempre l’impressione che la vita appaia in una sua “logica illogicità”… che scorra, cioè, così come deve scorrere malgrado te, malgrado gli altri, malgrado le cose,… quasi che il soggetto sia vittima passiva di un gioco sottile e impenetrabile, sfuggevole a ogni logica comprensione a vantaggio di un Dio inesistente che per di più si chiama “caso”.

Ma se questa panoramica a ritroso della propria vita non si svuota di questo Dio inesistente, la sintesi migliore che se ne potrebbe trarre è che ogni uomo sia irresponsabile e incolpevole di fronte a se stesso, agli altri e al mondo… come se fosse privo di ogni volontà! Ed è “la sintesi peggiore”!

Chi, al contrario, ha la grazia di fare continuamente esperienza di Dio, quello vero, non può certamente cadere in questo grossolano errore di valutazione ed è chiaro che, inevitabilmente, sia portato a contrastare il credo dei non-credenti e di quelli che del “caso” ne fanno il proprio dio… Non è a caso, infatti, che Claudio e Fulvio siano diventati sacerdoti… come non è a caso che io, oggi, mi trovi alla Porziuncola a svolgere il servizio di accoglienza dei pellegrini in Basilica…

voglio dire, insomma, che è il Dio dell’alleanza che da sempre manovra i fili della storia e il caso non c’entra proprio per niente…

Forse, su questo punto, i discendenti di Darwin si agiteranno un po’ e già ne avverto lo sguardo sbieco… ma poco importa!

Dopo venti anni l’abito francescano continua a “vestirci di marrone” e credo di non esagerare se affermo che forse mai abbiamo avvertito un senso di disagio o di stanchezza nell’indossarlo, a riprova del fatto che forse il Signore non si sia affatto sbagliato a chiamarci a questa vita… “di consacrazione”, s’intende. La fatica, semmai, sta nell’essere coerenti sempre con quello che tale chiamata comporta… ma questo è un altro discorso.

Essendomi, comunque, imposto di partire dalla fine, ritorno, chiaramente, al giorno della ordinazione diaconale dei miei due fratelli, la cui celebrazione si è svolta nella nostra parrocchia di origine, a Milano.

Potrei intitolare quel giorno “la festa dei Festa”; …c’erano tutti… anche quelli che non avrei mai pensato che ci fossero e mentre li guardavo pensavo che Dio non smette mai di stupire…ed ero contento… ed ero felice!

Coglievo dallo sguardo di tutti, però, una domanda in sé lecita che però nessuno osava fare ma la cui formulazione mi era ben chiara e precisa e a caratteri ben grandi come si addice alla mia poca vista: “Perchè loro due si e tu no?”. Una domanda scortese? No, non credo proprio… giusta, direi… e l’avrei accolta serenamente e benevolmente con qualche risposta da dare senza però tralasciare la migliore: “Dio ha pensato per me ciò che per me è il meglio… restare frate laico” e anche di questo sono contento.

Al canto litanico dei santi, nel momento della prostrazione, faceva seguito nella mia mente un altro canto anch’esso litanico, quello dei ricordi… sempre uguali, sempre quelli, ma sempre veri! Guardavo loro due prostrati e stentavo a credere che fossero gli stessi miei fratelli coi quali avevo, in un certo senso, convissuto la stessa storia. Come in un film, quei ricordi mi passavano velocemente nella mente simili a fotogrammi irripetibili  ora velati, ora chiari, ora vivi.

È incredibile come spesso il passato si faccia presente in modo sorprendente e mirabile e così palpabile da avere quasi la sensazione che ciò che è stato continua ad essere e ad esistere ancora oggi! Intendo dire, cioè, con la stessa energia ed emozione coi quali quei fatti furono vissuti e non solo, ma anche  con la stessa ansia e la stessa angoscia, la stessa gioia e la stessa speranza, gli stessi odori e gli stessi profumi! Senza rimpianti, ovviamente, perché il presente sempre si avvale del passato per ricavarne il frutto migliore: l’esperienza!

Questa è la forza della memoria quando sa farsi discepola della Verità e il risultato che ne consegue non può essere che uno solo: diventare adulti.

Ora la stola diaconale sigilla la nuova dignità dei miei due fratelli all’interno della chiesa dove anch’io, diacono senza stola, ma uguale nel servizio, mi avvio a continuare con essi una storia mai finita, ancora in tre, insieme, ma in modo nuovo, diverso e con tante altre cose ancora da dire. Ma ritornando al “già detto e fatto” vedo come il film dei ricordi, presenti tre ragazzi ancora giovani e inesperti immersi nel duro mondo del lavoro milanese fra fabbriche e fumi industriali.

Un’infanzia spesso difficile segnata dal cambiamento di cultura e di ambientazione che sempre sta fra il nord e il sud. Dall’ombra del Vesuvio alla “montagnetta di San Siro” il passagio è radicale, forte e si fa sentire a tutti i livelli e in tutti gli ambiti sociali: scuola, mentalità, lavoro, cultura, economia ….

Si aggiunga a questo, poi, la fatica di tutti i giorni dove le cose da fare erano davvero molte ma la più urgente rientrava nei canoni tipici delle famiglie numerose del sud (undici persone la nostra): “salvare la disastrosa situazione economica familiare…e non era cosa da poco!

E la fede?… La religione?… La Chiesa?… Dov’era tutto questo?

Roba dell’altro mondo, nel senso che veramente sembrava appartenere a un altro mondo e non in quello reale… qui, neanche a parlarne… Ci sembrava “roba” per chi non avesse grossi problemi da risolvere per chi, insomma, poteva, in qualche modo, permetterselo. Non c’era tempo per questo! Nessuno ci aveva mai insegnato o detto o forse si, non ne sono sicuro, o non l’avevamo mai capito, che Dio e soprattutto Dio fa parte della nostra stessa sopravvivenza. Lo scoprimmo tardi, molto tardi, ma non tardi abbastanza per non poterlo amare.

Lo scoprimmo ad età ormai adulta, io a trentacinque anni e loro due, anno più anno meno, siamo lì… Lo scoprimmo dopo aver fatto e vissuto esperienze molto dure e sofferte e sulle quali non mi soffermo per ragioni diverse…. soprattutto perché ciò richiederebbe tempo e “spazio”! Più volte, però, ne abbiamo parlato e lo abbiamo testimoniato e già molti conoscono la nostra storia.

Poi le cose, man mano, si aggiustarono… tutte… una ad una… soprattutto economicamente e quando sembrava che potessimo finalmente crogiolarci ai raggi di un sole conquistato ecco che, improvvisamente Lui, il Signore della storia, veniva a sconvolgere di nuovo tutte le cose… Come?… In che modo?… Un’esperienza con Dio è sempre un’esperienza personalissima e perciò difficilissima da raccontare e quindi non la racconto! Mi dispiace per i più curiosi…

Posso solo dire, senza fare della retorica o entrare nel sentimentalismo, che quell’esperienza fu davvero un incontro d’amore e ne ricordo il giorno, la data, l’ora. Non si può dimenticare un incontro da cui doveva germogliare un fiore inatteso: la pace, la pace del cuore…

Così fu e così è… ancora!

Se all’amore si risponde con l’amore era inevitabile che, prima o poi, dovesse avvenire un altro incontro…e avvenne; quello con san Francesco d’Assisi… e da allora, il saio francescano doveva coprire una moltitudine di peccati… e ancora li copre… ahimè!

Poi il seguito; il probandato, il noviziato, gli studi teologici, la professione solenne, il diaconato… tutto come una scommessa… ma tutto per grazia di Dio! Un’avventura senza fiato, ma con tanta pace nel cuore e tanta serenità. Concludo questo breve ricordo, molto sintetizzato, della nostra storia guardando, stupito, l’intrigo di rampicanti e rovi che ci siamo lasciati alle spalle e, sempre stupito, contemplo ora la ridente radura che ci è davanti!

E la fede, vissuta nella Chiesa, che un tempo consideravo “roba dell’altro mondo”, ora è qui, nell’ampio spazio che mi circonda. E sono contento così.

«Pace e bene!»: frate Francesco Piloni ci accoglie con il consueto saluto francescano. Quarantacinquenne dalla voce giovanile e coinvolgente, da 13 anni è il responsabile della pastorale giovanile dei Frati minori dell’Umbria. P. Francesco partirà per Londra, con altri due frati e due suore – tutti impegnati nel Servizio Orientamento Giovani – per proporre ai giovani inglesi ilCorso Zero, uno dei corsi organizzati dalla fraternità di Assisi.

Sono stati i Frati minori londinesi a chiamare i confratelli italiani: l’esigenza è il primo annuncio,per ragazzi e ragazze dai 17 ai 33 anni. Ad Assisi ogni volta Corso Zero conta circa 200 partecipanti: i giovani arrivano perché hanno trovato l’invito via internet o, per lo più, per passaparola. «Noi poi, come Servizio Orientamento Giovani, siamo “Chiesa in uscita”», racconta frate Francesco, «andiamo nei pub, nelle discoteche, nelle palestre, nelle scuole. Dove si trovano i giovani. Ci chiedono: “Perché sei qui?” e la nostra risposta li disarma: “Per incontrare te. Per farti domande importanti. Per esempio: sei felice?». 

Ma facciamo un passo indietro. Il Servizio Orientamento Giovani è nato 36 anni fa. Un’esperienza significativa ed esportabile «perché l’annuncio del Vangelo è molto semplice e funziona ovunque», precisa frate Francesco. Il Corso Zero è nato invece una ventina di anni fa. «Nei due corsi fondamentali, quello vocazionale alla vita e di vocazione all’amore (il corso fidanzati), molti arrivavano senza le categorie per ascoltare una catechesi già sostanziosa, perché era venuta meno una prima evangelizzazione. Ci sono molti “comportamenti religiosi” ma è assente la dimensione personale e intima con Dio, la dimensione della spiritualità. Il Corso Zeroparte dai concetti fondamentali della fede. Si va alle radici del significato delle parole, quelle che ascoltiamo nelle Scritture. Diciamo da subito ai ragazzi che una fede matura è quella che cerca le ragioni del proprio credere. Questo lo comprendono, perché fede e ragione non sono in opposizione, come ci ha insegnato anche papa Wojtyla in Fides et ratio. Un’altra finalità è riuscire a scostarli dal pericolo di cercare continuamente risposte. Noi non diamo risposte, ma creiamo le domande giuste. Quando scoprono che c’è un Dio che li ama per come sono e non li giudica, allora è liberante».

Il Corso Zero è già stato proposto fuori Italia: «Siamo stati a Madrid due volte. Due anni fa in Germania. È stato frate Danny di Londra, responsabile della pastorale giovanile, che già ci conosceva, a chiamarci. I nostri frati là non hanno libertà di movimento e annuncio, si occupano delle parrocchie. Fra Danny e frate Ginepro sono venuti ad Assisi e hanno vissuto il Corso Zero. Ci avevano chiesto di poter replicare a Londra questa esperienza. Stanno vivendo una grossa crisi al nord, manca il contatto con i giovani. I Francescani inglesi hanno poca esperienza nella dimensione di primo annuncio, manca una pastorale giovanile di strada».

«Nel Corso Zero diciamo: “Ricordatevi che i primi passi della fede si fanno al buio. Non pensate di iniziare a camminare quando avrete già tutto chiaro, perché non partirete mai. Ci sono i fratelli e c’è la Chiesa che ti prende per mano”. Dio ha portato fuori Abramo e gli ha detto di contare le stelle, se era giorno non le avrebbe neppure viste. Il buio, talora, è funzionale».

Il Corso Zero, residenziale, dura tre giorni e mezzo: un viaggio che si dispiega idealmente su sei città, con un itinerario di catechesi. Dove sei (da che punto parti), dove vai (la meta) e per quali strade passi. «La catechesi propone sette modi di stare nella vita che ti fanno urlare, come nel quadro di Munch,L’urlo. Modi inconcludenti, che povero ti trovano e povero ti lasciano, urlante. Fino ad arrivare all’ottavo modo di stare nella vita: quello del pellegrino». I giovani, nei giorni successivi, saranno pellegrini in sei città, che rappresentano sei passaggi: da Babele, simbolo di ogni confusione, a Ur dei Caldei, la città di Abramo (differenza tra religione e fede). Poi Gerusalemme, in cui viene annunciato il kèrygma; Roma, con una catechesi sulla Chiesa, madre e maestra, e poi Assisi, la città dell’uomo che si conosce come figlio di Dio. Fino all’ultima città… quella in cui vive ciascun giovane, per continuare a essere pellegrino li».

P. Francesco, prima di prendere i voti, era fidanzato e laureato in Psicologia clinica a Padova: «Poi ho incontrato il Signore e ho mollato tutto. Mi sono occupato di pastorale familiare. L’attenzione all’umano c’è sempre stata. Volevo essere missionario, andare in Africa e in Brasile, dov’ero già stato: desideravo spendermi in una Chiesa povera».

Al congresso capitolare, in cui si decidono le obbedienze, viene creata una fraternità che si occupa a tempo pieno dell’accoglienza, della catechesi e dell’accompagnamento dei giovani. «Mi hanno chiesto di guidarla. Sono saltate le mie missioni all’estero», prosegue il religioso. «Quando le cose stupiscono io però ci vedo l’intervento di Dio. Un giorno, in preghiera, sento un pensiero lucido che mi sembrava non venisse dalla mia testa ma dal Signore: “Vedi, se tu andavi eri uno: sono già almeno nove i frati e le suore che hai accompagnato e che ora sono in missione’: Ho capito che la vita, quando la perdi, la trovi. Per me essere missionario oggi significa accompagnare i giovani a riscoprire la bellezza del Vangelo e delle loro vocazioni. È la mia paternità: da giovane resistevo al Signore perché volevo dei figli. Eccoli i miei figli».

Quando gli chiediamo cosa si aspetta dal Corso Zero a Londra, risponde: «Ci aspettiamo il massimo, il meglio, tutto il possibile. La cosa più triste è chi si accontenta».

Intervista a p. Francesco Piloni OFM
di Donatella Ferrario
per il periodico San Paolo CREDERE n. 44 del 2/11/2014

Una pioggia abbondante ci accoglie, una pioggia di Misericordia ci ridà vita

Prevista già dalla giornata di ieri, quando marciavamo in direzione San Terenziano, oggi la pioggia è arrivata, causando qualche piccolo disagio, mentre procedevamo verso Montefalco.

Qui sosteremo anche domani per un importantissimo incontro che i ragazzi faranno con la Misericordia del Padre: la penitenziale, cuore di questi giorni di cammino.

L’ascolto delle parabole del Regno allargano poco alla volta il nostro cuore a ricevere il dono della Sua Presenza nella nostra vita e rafforzano il nostro desiderio di esserne fedeli servitori.

Di grande aiuto al cammino è la fraternità che di giorno in giorno si va costruendo, favorita anche da momenti ludici, come il workshop della serata di lunedì, e da altri nei piccoli gruppi, come è avvenuto ieri sera.

Che tutto sia impegnato da Dio affinché il Suo seme in noi porti frutto, al Cento per Uno, per essere parte così anche noi allo splendore del Regno dei Cieli.

Sono perché pensato, sono perché amato

Prosegue il cammino dei marciatori verso la Porziuncola.

Partiti ieri da Amelia, dopo la sosta a Sambucetole in cui siano stati calorosamente accolti dal vicario generale della diocesi di Terni-Narni-Amelia, siamo giunti fino a Montecastrilli, concludendo così la prima tappa, accompagnati dal riparo delle nubi e dalla Parola di grazia.

Nella serata un momento di festa con la gente del posto ci ha fatto dimenticare della fatica fatta e ancora da fare.

Oggi Desiderosi di proseguire nel cammino, abbiamo mosso i primi passi in concomitanza con le prime luci dell’alba. Ci attendeva Massa Martana, dove si è tenuta la catechesi di questa seconda tappa.

Uno dei pensieri più belli che oggi ci è stato consegnato è che possiamo e dovremmo dire “Cogitor ergo sum” e non “Cogito ergo sum”, ovvero non sono perché penso ma sono, e continuo ad essere, perché pensato, pensato perché amato: è la misericordia di Dio che ci fa essere e ci fa crescere.

La Misericordia di Dio che chi prepariamo a ricevere!

Vi offro il sunto di ciò che ho vissuto e provato e per cui ancora oggi benedico

Vincenzo:

Santa Maria degli Angeli (PG) – L’arrivo è di quelli che ti lasciano senza fiato, con gli occhi lucidi, le gambe tremanti, il cuore che batte a mille. Gli abbracci e tutta la gioia che ne consegue non sarebbe possibile nè comprensibile se alle spalle non ci fosse il cammino che ognuno porta con sè, nello zaino, nella polvere, nel sudore e nelle vesciche dei piedi che – chi più chi meno – caratterizzano il corpo come segno indelebile di una strada che stravolge e coinvolge tutto te stesso.

Poche immagini rubate all’arrivo dei circa 1200 giovani, pellegrini più che marciatori, sulle strade di Cristo e sull’esempio di Franceco d’Assisi, il 2 agosto presso la Porziuncola in Santa Maria degli Angeli di Assisi.

Da tutta Italia in marcia dal 25 luglio per la festa del Perdono di Assisi, il giubileo francescano che ogni anno rende questa piccola cappella – un tempo nel cuore di un bosco di querce – la porta privilegiata per entrare nella misericordia di Dio Padre.

Alle spalle centinaia di chilometri macinati grazie al passo della fede, corroborati dalla preghiera e dalla voglia di essere pellegrini che ritornano alla casa del Padre, in attesa di quell’abbraccio d’Amore grande che ogni pellegrino porta con sé nel cuore all’inizio del viaggio verso la Porziuncola.

Anche noi ci siamo fatti pellegrini insieme ad un gruppo di giovani, per entrare nel pieno dello spirito che ogni anno – questa è la ventottesima marcia – muove i passi sulle strade di Francesco, il poverello umbro.

L’Umbria e la Toscana sono le terre che ci accolgono per questo pellegrinaggio che raccoglie circa 300 giovani di tutta Italia. E’ la marcia dell’Umbria, una delle tante che si snodano sui percorsi pensati dai religiosi francescani nelle varie regioni italiane. Ci si raduna a Cortona per poi proseguire lungo i pendii dolci, ma non troppo, della Toscana e sbucare nella terra del Santo fino alla basilica di Santa Maria degli Angeli, scrigno che custodisce la cappella della Porziuncola, dove si celebra il Perdono d’Assisi, dopo circa 150 chilometri di piedi e cuore.

E’ una comunità in cammino. Italiani, da un po’ tutte le regioni (sette sono i calabresi che vi prendono parte), ma anche messicani e francesi. La preghiera scandisce il passo, con le lodi, il rosario, la messa, che accompagnano la preparazione al sacramento della riconciliazione, uno degli ultimi atti di questo camminare verso… l’incontro con il Padre misericordioso.

La strada è faticosa, la fatica è ambiente privilegiato per capire e ascoltare il mistero di Cristo Crocifisso, la solidarietà e l’attenzione verso i fratelli in difficoltà lo spirito che unisce, fortifica, fa cadere le maschere e fa essere se stessi.

Una esperienza significante e significativa che regala attimi unici. Il tempo del silenzio è l’ambiente in cui rileggere, passo dopo passo, la propria esistenza alla luce della Parola, guida, maestra e compagna di strada. La sera, poi, l’animazione nei paesi toccati dalla marcia è la testimonianza viva e bella di una Chiesa pellegrina, gioiosa, e capace di rinnovare e rinnovarsi lungo le strade del mondo, per farsi segno visibile dell’Amore, che è Vita, Verità, Via nel ritmo dei giorni che vanno.

Per i giovani pellegrini non c’è attimo di tregua. I ritmi sono serrati. Sveglia la mattina alle cinque, colazione in mezz’ora e poi subito in marcia, zaino in spalla lungo strade bianche o carrozzabili a cavallo di Umbria e Toscana. A guidarli sono i frati e le suore francescane che abitano i conventi della regione del Santo d’Italia, che, come attenti “padri” e “madri” sostengono spiritualmente il cammino di questi pellegrini dal cuore attento, in cerca del senso pieno della vita.

Dieci giorni ricchi di ogni cosa: festa, sudore, preghiera, gioia, canto, difficoltà, sconforto, imprevisti, allegria, bellezza, morte, risurrezione. Il cammino è metafora della vita e lungo le strade di questi giovani è davvero accaduto di tutto. Personaggio guida, per la riflessione e le catechesi, curate da padre Francesco Piloni, è Pietro, il peccatore che lo sguardo di Dio misericordioso trasforma nel pescatore di uomini che tutti conosciamo.

I giovani lo scrutano, lo rileggono alla luce della loro esperienza di vita, lo riconoscono come l’immagine di loro stessi: fragile, contradditorio, coraggioso, traditore, bello, pieno di speranze, al quale Cristo affida la missione più grande: “pascere il suo gregge”. Il gesto d’Amore che va oltre ogni limite, schema, che la mente umana possa pensare, immaginare. Quell’Amore che a guardare gli occhi di questi giovani – alla fine dell’esperienza della marcia francescana – ha davvero incontrato, attraverso Cristo, il cuore dei pellegrini lungo le strade della loro vita e per Lui sono pronti a spendersi nella quotidianità.

Allora lo slogan della XXVIII Marcia Francescana “Il cammino si fa incontro” ti accorgi che è davvero una realtà, una bella realtà di questi tempi, in cui ancora esistono giovani che non hanno paura di scendere per strada alla ricerca di quella verità che li renderà liberi, per sempre.

(dedicato a tutti i marciatori, frati, suore e guastatori della XXVIII Marcia Francescana – Umbria)

Diario di un marciatore

“Cento per uno” è il titolo della marcia francescana 2014, che ha come protagonista il buon Seminatore.

Ha avuto inizio ieri la marcia organizzata dai Frati minori di tutta Italia: ciascun gruppo si è messo in cammino nella propria Regione per poi confluire tutti insieme, nel pomeriggio del 2 agosto – giorno del Perdono di Assisi – a Santa Maria degli Angeli per ricevere l’abbraccio del Padre all’interno della Porziuncola.

Il gruppo di Umbria e Sardegna, che quest’anno inizia il proprio cammino da Amelia (TR), sfidando le apparentemente autunnali condizioni atmosferiche, raggiungerà la Porziuncola percorrendo 130 km circa tra le verdi e fiorite colline e i borghi medievali umbri.

In tutto, tra marciatori, giovani in servizio e consacrati siamo in 270, qui convocati per chiedere al Signore di farci portare a frutto il seme che la grazia ha riposto in noi.

La giornata di oggi, dedicata ad un ritiro che potesse dare il giusto tono al nostro incedere, ha già messo in movimento i nostri cuori ed il nostro spirito. Domani mattina, quando molti ancora dormiranno, la sveglia ci avviserà che è ora di iniziare il cammino verso Assisi.

Laura:

Solo un anno fa qualche centinaio di km da calpestare e tanti kg sulle spalle da portare con noi! Eppure quel fardello lo sentivamo sempre più leggero. E il passo della marcia, nei giorni e mesi a seguire, è diventato il passo di una corsa verso la Nostra Casa…

Buon Cammino ai marciatori 2014.

E ai marciatori 2013: continuiamo a mantenere il passo.

Un cuore felice e grato ai Frati Sog Assisi.

Chiara:

Sei anni fa, esattamente ‘ieri’ compivo 18 anni e oggi partivo per la mia ‘MARCIA FRANCESCANA – IL CAMMINO SI FA INCONTRO’.

Un’esperienza, anzi , L’ESPERIENZA più bella e significativa della mia vita. Un’esperienza fatta di INCONTRI, SORRISI, LACRIME, SCONFORTO, GIOIA ma tanto, tanto AMORE … Amore reciproco, amore VERO, quell’amore che solo chi conosce Dio può intendere e provare.

Sono stati giorni che mi hanno segnata profondamente, giorni nei quali sono stata a pensare e ripensare, a piangere, a gioire e capire .. Capire tante cose. Ho scoperto lati del mio essere che prima non conoscevo, debolezze, paure, angosce … ma ho scoperto in me tanta voglia di amare e di far stare bene chi mi sta intorno.

Auguro a tutti di poter fare un’esperienza del genere perché io lì, negli occhi dei ragazzi, nelle mani tese dei Frati, nei sorrisi delle persone che ci accoglievano … io lì ho conosciuto Gesù, quel Gesù pronto sempre a starti vicino e a dirti ‘TU SEI PREZIOSO PER ME’.

Grazie a tutti quelli che, sei anni fa, mi hanno portata per mano, mi hanno regalato sorrisi pieni di gioia e amore, senza chiedere MAI nulla in cambio. SIETE SCRITTI NEL MIO CUORE, UNO PER UNO, MA SOPRATTUTTO NEL CUORE DI DIO.

BUONA MARCIA, BUONA ESPERIENZA DI VITA, MARCIATORI DEL 2014 .. CHE POSSIATE ANCHE VOI, COME ME, SCOPRIRE GESU’ NEL CUORE DI CHI VI SI DONA SENZA RISPARMIO.

Giovani, con i Frati di Assisi, in Terra Santa

“Questi sono davvero luoghi dove Dio parla a ognuno di noi”

“Io sento proprio che qui la Parola si fa carne”

“Il Signore chiama ciascuno di noi a una vocazione specifica, che risponde profondamente a un desiderio che portiamo da sempre nel cuore … ed e’ per quello che siamo pellegrini, perche’ cerchiamo sempre di ritornare a quel qualcosa di grande che ci unisce a Dio”

Federico, Alessandro, Isabella e molti altri… pellegrini in Terra Santa accompagnati dai frati di Assisi.

“Nei vari luoghi dove siamo stati rivivendo anche gli episodi del Vangelo, quindi gli stessi luoghi dove Gesu’ e’ passato, e’ vissuto, man mano e’ nata in me una gioia indescrivibile”.

Sono stati giorni molto intensi, per questo gruppo di giovani provenienti da diverse parti dell’Italia, pellegrini sui luoghi di Gesu’, ognuno con la propria storia e con la propria ricerca.

Li abbiamo incontrati in una delle tante tappe del cammino sui luoghi santi, lungo la Via Dolorosa che stazione dopo stazione ripercorre la Passione di Cristo … fino al Santo Sepolcro.

Organizzato dal Commissariato della Custodia di Terra Santa dell’Umbria, il pellegrinaggio e’ frutto dell’invito rivolto ai giovani tra 18 e 32 anni, che hanno frequentato i corsi vocazionali proposti dal Servizio orientamento giovani dei Frati minori di Assisi …

“Per me e’ veramente tutto nuovo … e’ da un anno, un anno e mezzo che mi sono convertito, che il Signore ha fatto luce nella mia vita. Le parole che risuonano dentro sono ‘la via, la verita’ e la vita’ e la via non e’ altro che questo pellegrinaggio che stiamo facendo in questi giorni, i momenti le situazioni, i profumi, tutto quello che ha provato Gesu’ Cristo .. in questo cammino ci vuole insegnare la strada per poi tornare a casa dove comincera’ il vero pellegrinaggio”.

“Non mi aspettavo una risposta chiara, anche perche’ non so ancora bene parlare con Dio … e’ difficile parlarci come se fosse un padre: ‘Che cosa mi chiedi, dove mi vuoi, che cosa vuoi fare della mia vita?’. Ma effettivamente nella parola concreta il Signore da una risposta a questo desiderio, una intuizione, non e’ che sia ‘tu sarai questo, adesso la tua vita e’ risolta’ … e da quella intuizione io desidero gettare le reti”.