Ecco che mentre sono a lavoro mi arriva un sms con scritto…

“Ciao Giovanni! ci scrivi la tua testimonianza sul corso Maddalena?”

Inizialmente non sapevo cosa scrivere a riguardo ma facendo memoria di quei giorni mi sono reso conto di quanto questa esperienza abbia lasciato una traccia indelebile sul mio sentiero.

Ormai è un po’ che sono in cammino con i frati e di esperienze che hanno aggiunto tasselli al mio puzzle ne ho fatte tante ma il Maddalena mi ha messo difronte alla verità di chi sono oggi, quasi come se mi avessero fatto una tac.

Maddalena una donna impossessata da 7 demoni che viene liberata, purificata e che si mette alla sequela di Gesù.

Maddalena una donna ferita, ma nel cuore un amore ardente!

Anche io quando sono arrivato ad Assisi la prima volta ero incastrato nelle mie ferite ma dopo l’abbraccio innamorato del Padre, ben deciso a riportarmi nell’amore ordinato, mettendo argini forti e saldi per contenere il torrente d’amore in piena che scorre dentro me, ho cominciato un percorso verso la libertà!

Tutto questo con non poche lacrime ma proprio queste, come per la Maddalena che piange davanti al sepolcro spalancato sono state gli occhiali per vedere nitido il volto di Gesù Cristo, il risorto.

Ed è proprio di resurrezione che si tratta, dell’amore che vince la morte!

Maddalena si sveglia presto per andare al sepolcro a profumare un corpo morto, o sarebbe meglio dire a coprire la puzza di morte.

Proprio così anche io nella mia vita per anni mi sono agitato tanto per apparire quello bravo nel compiere gesti d’amore. Mi dicevano che ero in grado di amare anche il più piccolo filo d’erba, ma poi in verità stavo solo spruzzando profumo su un modo disordinato di amare, che portava tante ferite a me e agli altri. Si mi rendeva felice, ma di una felicità incostante. Il mio cuore era una montagna russa, sali e scendi con l’adrenalina a palla ma quando sei in alto non ti godi la vista, pensi solo al momento in cui sarai sulla discesa!

Ed ecco arrivare le lacrime davanti a cose che ti spiazzano e mentre le persone intorno ti chiedono perché piangi parte sempre lo stesso discorso: Maddalena trova il sepolcro vuoto, piange, hanno portato via il suo Signore e non sa dove l’hanno posto.

Su quante cose ormai “morte” ho pianto, e quando mi chiedevano “perché piangi?” dicevo sempre che io non volevo fare del male a nessuno, desideravo solo amare tanto, amare di più, ma sempre mi trovavo ad infliggere ferite.

Ma solo quando proprio in quelle lacrime, scoprendomi cercato, chiamato per nome, mi sono voltato, cambiando direzione allo sguardo, ho cominciato a puntare gli occhi sul volto che mi diceva, “tranquillo, fidati di me, la morte è vinta, ci sono passato io per te e adesso apriti e lasciami entrare a trasformarti dall’interno così che tu possa amare, amare di più!”.

Io come Maddalena ho creduto, mi sono fidato ed ho rotto con una tristezza, ho ripuntato lo sguardo sui desideri, quelli che sognano di portarti verso una gioia piena.

Ed ora che comincio a sperimentare questo amore grande, così come la Maddalena corre dai discepoli per dire loro “Ho visto il Signore!”, anche io non riesco più a stare fermo. Mi riempe di gioia testimoniare che con Gesù Cristo, prima di ogni aspetto puramente religioso, avendo fede in lui vieni liberato e guidato verso la gioia piena.

Si posso proprio dire che il Corso Maddalena per me è stato una TAC e sai qual’è il risultato che ho scoperto? che ogni cellula del mio corpo comincia ad essere invasa da una cosa pericolosissima, l’AMORE!

Giovanni

Corso zero… Un nome una garanzia!

Parto da Roma da sola, per il mio primo corso, per seguire questi frati che non so nemmeno così bene chi siano, ma che mi hanno detto tante cose e mi sono fidata, “Proviamo!” penso. Quindi, per la prima volta nella mia vita, parto verso un’incognita. Io che organizzo tutto nei minimi particolari mi sono trovata a partire senza sapere nulla: dove dormo, con chi, come funziona, c’è un programma?… Niente… Sul treno ad ogni fermata pensavo “Ora scendo, mi invento una scusa e torno a casa mia!” Tra un’ansia e l’altra arrivo.
I primi due giorni sono stati totalmente distruttivi. Ho solo sentimenti negativi: tutto ciò che io pensavo è stato distrutto. Tutte le mie convinzioni buttate all’aria da questi tizi che, ridendo e scherzando, mi hanno veramente sconvolto. “Tutto ciò che hai fatto finora ti ha solo incatenato”. Ed è vero, mi sono costruita un castello, la mia Babele, dove è buio, e ci sono stata dentro da sempre. Mi rendo conto che sto sopravvivendo la vita, nient’altro. Sono sempre piena di risentimenti, egoista, polemica, depressa, ansiosa, narcisista, vendicativa. Sono totalmente ripiegata sul mio passato: sì il perdono, ma non troppo; mi dovete voler bene tutti, ma io non mi spreco tanto per gli altri. Non so come uscire, ma soprattutto, voglio uscire? In fin dei conti è buio e opprimente, ma è anche protettivo. Questa cosa mi rende inquieta e anche un po’ impaurita: i cambiamenti non mi piacciono tanto. Non voglio essere scontata e monotona: parrocchia-lavoro-studio. Però, da dove comincio? Sono totalmente senza parole e la sera non riesco a dormire bene. Inoltre, tutto ciò che pensavo di sapere su Dio viene sradicato totalmente e mi sento vuota senza le mie convinzioni. Non so che faccia dare a questo essere in cui dico di credere, non so più cosa è la fede, il mio catechismo crolla insieme al resto. Non riesco a dormire dall’angoscia di non avere dei punti a cui appigliarmi, e mi sento anche stupida perché pensavo di sapere “abbastanza” e in realtà non sapevo niente.
Il giorno successivo mi sconvolge ancora di più, in positivo questa volta. Mi sento confortata in tutte le mie paure (e in qualche modo incomincia a entrare un po’ di luce sui miei viaggi mentali e paranoici) da una frase di P. Francesco che ci chiede: “vi siete mai chiesti perché il centurione, che vede morire persone tutti i giorni, davanti a Gesù che muore si converte?” Non so darmi una risposta, mi è sempre sembrato un personaggio poco rilevante. “Il centurione si converte perché Gesù mentre muore intercede per chi lo sta uccidendo, perché Gesù sulla croce continua ad amare”. Parliamoci chiaro, io sono stata a contatto con le persone malate, e l’unica cosa che potrei dire con certezza è che si lamentano, giustamente, dei dolori, della fatica. Gesù messo in croce senza un motivo, morente, invece di maledirci per l’eternità, ci benedice, ripone il suo spirito nelle mani di Dio e ci AMA. È una cosa umanamente impensabile. Quante volte io ho immaginato di uccidere Dio? Tutte le volte che ero arrabbiata io lo insultavo e lo maledicevo. In quell’istante mi sono vista sotto quella croce e mentre facevo tutto questo Gesù mi amava. Amava me di un amore esclusivo, di un amore personale, e oltre ad amarmi mi perdonava per quei gesti. Mi sento tremare il cuore, mi trema davvero. Sento di essere davvero amata, forse per la prima volta nella mia vita sento il calore dell’amore vero, senza compromessi, che non vuole nulla in cambio, che mi ama e basta. La cosa che mi sconvolge di più è: quante volte ho sentito dire “Dio è amore”, “Dio è morto in croce per te”? Milioni… da genitori, sacerdoti, amici. Talmente tante volte che non mi sono mai soffermata tanto sulla cosa. Invece adesso lo provo fisicamente questo amore. Questo incontro mi ha sconvolto e non so che dire.
Al termine di questa giornata mi sento cambiata, ma anche confusa. Ho ancora un pensiero costante: come faccio a uscire da quello che mi sono costruita? Dalle mie cattive abitudini? Il centurione ha messo in discussione TUTTO per quell’AMORE tangibile. Ma io come faccio? Mi sento incapace.
L’unica cosa che riesco a pensare, per gli amanti di Harry Potter, è avere un pensatoio in cui conservare tutti i miei ricordi e rivederli con calma e capire se realmente ciò che ho visto e sentito è vero!
E qui arriva l’ultimo giorno che inizia a dare un senso a tutto questo, dopo aver scrostato tutte le mie convinzioni, dopo avermi presentato un nuovo Gesù che mi ama tanto, ho bisogno di sapere da dove iniziare.  “Piccoli passi possibili” è la risposta. La vita quotidiana è il mio inizio a questa nuova vita, con un’altra prospettiva, con un cuore diverso, su un’altra strada con altri obbiettivi e con un modo diverso di camminare. Inizio con la confessione. Anche qui ho scoperto dopo milioni di confessioni che non mi sono mai confessata davvero, o meglio, non sapendo realmente cosa stessi facendo. È il mio primissimo passo vero. Da quello si ricostruisce tutto da capo, anche se ancora devo capire bene dove mettere i piedi per camminare.

Beatrice

Ho ben chiaro di come nella mia vita ci sia un prima e un dopo: tutto, apparentemente uguale a prima, è cambiato dopo un “semplice incontro”!

Fin da piccola sono sempre stata attiva in parrocchia: messa tutte le domeniche, mille incontri di Azione Cattolica, poi educatrice e catechista. Crescendo ho iniziato anche a impegnarmi a livello diocesano entrando a far parte dell’equipe di Pastorale Giovanile e diventando operatrice di una specie di oratorio gestito dalla diocesi. Beh che dire, sicuramente tutti servizi molto positivi, che tenevano impegnato parte del mio tempo e delle mie energie. Il Signore mi era  già vicino ma ancora non lo capivo, forse perché ne avevo un’immagine distorta, c’era quasi un rapporto schiava/padrone: per essere amata da Lui dovevo darmi da fare ed impegnarmi.

Agli “impegni di Chiesa” si aggiungeva la mia grande passione per la pallavolo: allenamenti e partite mi occupavano tante ore alla settimana. Non era sbagliato, di per sé fare sport, ma io ero veramente fissata e non ero capace di dargli il giusto peso, non riuscivo a saltare nemmeno un allenamento, anche se avevo altri impegni.

E poi i miei amici: mi sentivo sempre sotto esame e alla ricerca delle loro attenzioni. Dovevo farmi vedere divertente e spensierata per potermi sentire importante per loro, sempre con la battuta pronta. Facevo di tutto per non perdermi alcun appuntamento, cena o festa per paura di sentirmi esclusa.

Basavo tutto su queste tre “ricchezze” che tenevo ben strette. Ad esse chiedevo la vita e cercavo lì la mia felicità. E naturalmente ogni successo, ogni attenzione, ogni relazione me la dovevo meritare: la gratuità non era contemplata! Bastava però che perdessi di vista anche solo una di queste ricchezze che mi sembrava di sprofondare e non trovare più il capo della matassa della mia vita. Tutto questo “fare” celava un grande vuoto che volevo colmare.

In questo susseguirsi di impegni e cose da fare si colloca un incontro, o meglio, L’INCONTRO. Mi sono sentita visitata a casa da Gesù come ha fatto con Zaccheo. Lui si è scomodato ed è venuto a cercarmi nella mia quotidianità, durante la Missione Giovani nella mia città: Senigallia.

In quei giorni era impossibile non respirare la gioia così profonda che traspariva dai frati e dalle suore, la bellezza così semplice che regnava negli appuntamenti in programma. Tutta questa luce mi incuriosiva e faceva nascere in me il desiderio forte di scoprirne la fonte, ma allo stesso tempo mi impauriva perché, senza ombra di dubbio, si trattava di qualcosa di serio, non di certo frivolo. Però, nonostante avessi il cuore troppo indurito e pigro, abituato solo a far rientrare tutto nei miei schemi mentali, mi sono buttata alla ricerca di questa sorgente di gioia.

È bastato abbassare una piccola parte delle mie resistenze, per essere travolta da un amore così forte che mi ha riempito il cuore in un attimo. Quel vuoto che da sempre cercavo di colmare con la pallavolo, gli “impegni di Chiesa” e gli amici, in un attimo era stato riempito fino all’orlo dalla bellezza di Gesù, che da sempre pensavo di servire ma che in verità non avevo mai conosciuto.

La missione era finita, ma io ero stata toccata così in profondità che mi sentivo cambiata e avevo messo in discussione tutta la mia vita e il mio impegnarmi.

Non riuscivo però a capire tutto questo AMORE GRATUITO che nasceva dalla croce di Gesù! Come potevo essere amata io, senza dover far qualcosa in cambio? Perché Gesù aveva deciso di subire il “fallimento” della morte in croce per salvare me e in cambio non pretendeva niente dalla mia vita? E poi perché amava proprio me? Non si rendeva conto di tutti i limiti che avevo?

Questi dubbi mi hanno mandato in crisi e mi hanno fatto allontanare da quella sorgente appena scoperta. Ho cercato di fuggire dandomi all’eccesso: serate su serate, ogni modo per trasgredire era lecito, pur di allontanarmi da quell’amore così assurdo che mi sembrava troppo per essere vero!

Il vuoto che da sempre cercavo di colmare con gli impegni, ed ora anche con gli eccessi, era tornato a farsi sentire più forte di prima e, senza rendermene conto, mi stava riportando di fronte a quell’amore crocifisso che mi impauriva e mi faceva fuggire.

Controvoglia e per una serie di “coincidenze”, mi sono trovata a partecipare alla Marcia Francescana: tutto volevo fare eccetto che essere lì in quei giorni. Mi sentivo fuori luogo e inadatta, eppure, proprio in quella occasione, mi sono arresa di fronte a quell’amore che mi chiamava per nome in maniera così personale, che accettava tutto di me, proprio tutto, anche quello che io per prima non riuscivo ad accogliere.

E allora ho capito quanto fosse vero ciò che Giovanni Paolo II aveva detto ai giovani:

è Gesù che cercate quando sognate la felicità; è Lui che vi aspetta quando niente vi soddisfa di quello che trovate; è Lui la bellezza che tanto vi attrae; è Lui che vi provoca con quella sete di radicalità che non vi permette di adattarvi al compromesso…”.

Ormai non volevo fare altro che rimanere nel Suo amore, affidargli la mia vita e attingere alla sorgente della gioia vera. E per poter far questo ho lasciato che il Signore tagliasse quelle parti di me che erano aride e non portavano frutto, ma soprattutto che potasse quei tralci buoni affinchè portassero più frutto.

E allora ecco che la mia vita non è apparentemente cambiata, ma in verità è estremamente diversa. Il cambiamento più grande sta nella mia relazione con Dio, che ora  non è più un padrone ma un Padre buono che mi ama di un amore immenso.

Per cui non ho smesso di giocare a pallavolo, ma riesco a dargli il giusto peso e non è più un mio idolo. Di amici ne ho molti di più e sono amicizie così belle e profonde che mi scaldano il cuore. Naturalmente è cambiato anche il mettermi a servizio della mia Chiesa diocesana: non è più un modo per sentirmi a posto con la coscienza, ma è un mettermi a servizio dell’altro per portarlo all’incontro con Dio!

Di strada ancora ne ho tanta da fare, la fatica e le difficoltà ci sono, come in ogni cammino che si rispetti, ma non posso che avere il cuore pieno di gratitudine per l’amore così bello che Dio nutre per me: Lui, quando ero ancora lontana, mi ha visto, ha avuto compassione di me, si è commosso, mi è corso incontro e abbracciandomi mi ha fatta sentire una figlia amata! E ora di certo non voglio più fuggire da un Padre così!

Marianna

 

Quando mi è stato chiesto di scrivere queste righe, il mio pensiero è corso… a Dante, che dopo aver scritto un’infinità di versi, quando si trova a dover raccontare l’incontro con Dio, si accorge che le parole non bastano per descrivere l’Amore.
«Se perfino lui, il grande, l’autore che tutto il mondo ci invidia, non trova le parole per raccontare, come potrò trovarle io?», mi chiedevo.
Un incontro avviene sempre tra due persone, mi sono detta; per raccontare il mio incontro, forse prima sarebbe il caso di dire due parole su di me.
Il mio soprannome potrebbe essere «Miss Perfezionismo»; tutto ciò che faccio, o che facevo, doveva essere perfetto: il voto agli esami? Mai meno del massimo. L’animazione in Parrocchia? Sempre super programmata e super spumeggiante. A casa? La figlia maggiore che non dava mai problemi e che si occupava del fratellino come se fosse una mammina in miniatura.
Il mondo di Miss Perfezionismo ha però incominciato a perdere qualche pezzo quando, nonostante il voto massimo di laurea e le promesse della professoressa che ha seguito la mia tesi, non sono riuscita a vincere la borsa per entrare in dottorato: l’Università, per cui tanto mi ero spesa, mi ha sbattuto la porta in faccia.
Proprio quando il Mondo chiude le porte però, spesso intervengono gli Angeli: così un Angelo, nascosto sotto le sembianze di una cara amica, mi ha caricato in macchina e mi ha portato ad Assisi, al Corso Fidanzati.
Lì, dal palco di un teatro per me fino ad allora sconosciuto, e che presto sarebbe diventato familiare, un energico fraticello dai capelli bianchi ha pronunciato di fronte a una platea di centinaia di giovani, una di quelle che io considero «le frasi della mia conversione»; no, non una bella e perfetta citazione biblica, ma… «Con tutte le tue lauree ti ci pulisci il c***, se nella vita non ti sei giocata nell’Amore». Miss Perfezionismo aveva ricevuto una bella botta, ma era dura a morire. Ho cominciato ad insegnare, ma anche in sala insegnanti e in classe le lezioni che proponevo dovevano sempre essere le migliori. Amavo i miei alunni per i risultati che ottenevano e non per ciò che erano.
Ho iniziato a frequentare i corsi, nei quali mi veniva annunciato con potenza un Amore che da me non pretendeva nulla, a cui non importava niente del mio essere brillante e intelligente; un Amore che si fa Dono per tutti, e che ti viene a cercare «nei tuoi mezzogiorni», in «ciò che ti manca», non nei quaderni di appunti perfetti.
E così è avvenuto anche per Miss Perfezionismo: quando mi sono trovata catapultata in una realtà nella quale non sapevo assolutamente dove mettere le mani, l’Amore mi ha visitata e si è fatto trovare.
Proprio nella mia vita, che era sempre scappata di fronte al dolore, alla malattia, all’ “imperfezione”, l’Amore ha preso la forma di una bambina gravemente ammalata, nata con una patologia genetica che non le consente di parlare, di camminare, di nutrirsi via bocca; si esprime con il suo sorriso meraviglioso e con i suoi occhietti vispi.
La Luce dell’Amore si è mostrata nello splendore del sorriso di I.; nella pelle morbida di I. ho toccato la tenerezza dell’Amato; gli occhi della piccola sono stati specchio nel quale si è riflesso lo Sguardo d’Amore più bello, quello di cui ci parla il Vangelo di Marco quando descrive l’incontro tra Gesù e il Giovane Ricco: «Fissatolo, lo amò»
Così, in una bimba che il mondo considera «imperfetta», il Volto dell’Amore si è mostrato a Miss Perfezionismo. Così, imparando a stare accanto a I., senza dover dimostrare niente a nessuno, l’Amore è diventato concreto ed ha iniziato a trasformarsi in gesti: nella concretezza del prendersi cura di questa «perla preziosa» sto scoprendo la bellezza dell’amore che si fa Dono. Ogni ora di sonno “persa”, ogni giorno di vacanza dal lavoro passato con lei, ogni volta che la cambio, rendo grazie al Creatore, che nella Sua genialità, ha scelto di non mostrarsi in mezzo a libri, quaderni e appunti colorati: gli sono bastate una Parola, una guida saggia, e una bambina «imperfetta» per farmi gustare un pezzo di Paradiso qui, sulla Terra; per aver acceso in me il desiderio di «spendersi in quell’Amore che rende la vita feconda»; per aver trasformato «ciò che mi era amaro nella Sua dolcezza»

Eleonora

Fratelli, buon anno! Buon principio di questo anno nuovo!

Ad Assisi in questi giorni sono passati più di milleottocento giovani. C’ero anche io e forse anche tu. Ma in realtà eravamo molti di più.

La domanda è, perché essere qui per capodanno? Mi è capitato ovviamente che miei amici mi chiedessero dove andavo a per il passaggio dell’anno… alla risposta “Quest’anno sarò ad Assisi” mi chiedevano “Ad Assisi? E cosa fate? Cenone, festa…”

Sì, anche tutto questo. Però in tempi e forse modi un po’ diversi: quasi sempre gli eventi a cui sono stato, o che ho organizzato, erano strutturati con una cena lunga fino a mezzanotte, momento in cui c’era un countdown corale, dopo il quale scattava il brindisi, per accogliere l’anno che iniziava con auguri e felicitazioni, con abbracci e con i cin-­‐cin di bicchieri pieni di spumante… poi solitamente dopo gli auguri iniziava la grande serata, in cui ci si divertiva tutti assieme. Per quello che è la mia esperienza, si usciva fuori, si continuava a fare tanti altri cin-­‐ cin, o si andava a ballare o far festa.

Così solitamente si riempivano le prime luci del nuovo anno. Però, anno dopo anno e capodanno dopo capodanno, sentivo che la serata diventava sempre un po’ più pesante da organizzarsi da decidere cosa fare…finché alla classica domanda ‘cosa fai a capodanno?’ rispondevo ‘Non lo so. Ma chissene frega, tanto è una serata come tutte le altre!’

 Be’ oggi ti dico: No. Non è una serata come tutte le altre. Ha qualcosa di particolare, qualcosa che la rende esclusiva.

Io ho sempre pensato che per essere speciale una serata debba avere qualcosa di straordinario… debba fare rumore, essere rombante avere qualcosa da poter raccontare iniziando con frasi del tipo ‘Vecchio mio, non hai capito che serata è stata ieri!….”

Però dopo un po’ la sensazione era sempre più quella di stare a raccontarmela… di dover dimostrare a qualcuno che avevo passato una bella serata o un bel capodanno. Ma era vero? No. E allora? E allora chissene frega! tanto è una serata come tutte le altre! un po’, insomma, come la volpe con l’uva, nella favola di Esopo.

Il capodanno è invece un momento un po’ speciale e la sua particolarità è un’attribuzione di significato. Cosa vuol dire? Vuol dire che il capodanno è SI, oggettivamente, una serata come tutte le altre ma NO, personalmente non lo è! per Te, per Me, per ciascuno, non lo è.

C’è un capodanno, e c’è il tuo capodanno, che è quello che festeggi dentro di te, da solo, nell’intimo del tuo essere; quello che mi fa dire: ‘Buon principio Luca, ed eccoci qua di nuovo.’ Le ricorrenze. Il capodanno è un po’ come il tuo compleanno. Solo che non è solo tuo, è di tutti! Ognuno sa che anno compirà in questo 2016 … 25 anni, 27, 30 anni 35…. Ognuno ha i suoi, ma si è insieme a celebrare questa entrata, ognuno nella sua particolarità. Nel suo anno.

Ti confesso che spesso questo secondo tipo di capodanno, di cui parlavo prima, lo sentivo appena; forse era a questo che serviva il rombare e il rumore della serata di capodanno. A soffocare questo augurio velato e appena percepibile… questo augurio intimo che faceva un po’ paura. Il fatto è che comunque questo augurio, terribilmente velato, si faceva sentire in ogni caso! Magari non durante la serata, quella era Mia! E io non permettevo a nessun augurio velato di impadronirsi della Mia serata. Però poi solitamente il giorno dopo, quando mi svegliavo, tardi, tutto rintronato (per non dire rincoglionito) e magari ancora un po’ traballante, le mie difese erano abbassate e quella voce mi diceva ‘Buon principio Luca, ed eccoci qua di nuovo.’ E be’ per lo meno io a quella voce inconsciamente spesso rispondevo: ‘Buon principio un c***! Speriamo solo che non sia un anno come questo che è passato!’

…e cominci così il tuo anno…

Perché ti dico queste cose? Perché io in queste due serate di capodanno ad Assisi (questa e quella dell’anno scorso) ho riscoperto una cosa importante di questa festa, importanza che mi avevano fatto dimenticare…. importanza che era diluita e annegata nel mare dei festeggiamenti fini a sé stessi, delle ricorrenze che arrivano e ci colgono impreparati…

È stato un passaggio dal mero festeggiare la fine dell’anno sperando che i giorni del nuovo anno siano un po’ migliori, al celebrare l’inizio di un anno nuovo ringraziando per quello che di bello c’è stato in quello appena trascorso.

E in tutto questo c’entra Dio, perché è solo guardando a un Padre comune che puoi veramente augurarti e augurare che sia un anno bello e importante, a persone che riconosci essere tuoi fratelli. A persone che percorreranno insieme a te, che tu lo voglia o no, questo tratto di strada, che è questo anno.

Ecco perché il capodanno ad Assisi: c’è la cena, c’è un festeggiare, c’è un ballare ci sono i cin-­‐ cin, c’è uno stare insieme… ma tutto fa da cornice alla celebrazione nell’Eucarestia dell’inizio di una tappa di cammino lunga un anno, e comune a tutti. A TUTTI. A chi camminerà con noi, a chi s’incontrerà, a chi ci perdonerà, a chi ci lascerà e sarà con noi in altro modo, a chi ci indicherà una direzione… Gioia Dolore Entusiasmo Inquietudini Serenità Perdono…ci saranno anche loro a camminare con noi!

Ma quella voce che ti visita e ti sussurra ‘Buon anno! Eccoci qua di nuovo!’ nel tuo intimo, non soffocarla… tanto prima o dopo torna fuori! Non fare finta di niente e ascolta cosa fa risuonare, perché quella è la strada!

Be’ ecco. Questo è stato il mio capodanno quest’anno. Un Capodanno che apre a un anno Al Settimo Cielo. Questo era il titolo e l’augurio di Assisi per quest’anno.

Vorrei quindi salutarti ricordando queste parole: pensa a un momento in cui ti è sembrato di toccare il cielo con un dito… Ecco. Il sogno di Dio è di non farti solo toccare il Cielo con un dito, perché sarebbe riduttivo, e poi finisce! Il suo desiderio è di farti abitare in questa Dimensione! Io questo voglio, questo desidero per quest’anno! E lo voglio anche per Te! Abitare lì, abitare il Settimo Cielo, abitare il Cuore di Dio! E l’unica porta attraverso cui arrivare al cuore di Dio, lo ricordava nostro fratello Pietro nell’omelia, è fissare lo sguardo sull’amore materno e dolcissimo di Maria, che custodisce il Cuore di Dio, che è suo Figlio, che è il Gesù, il Dio che Salva, L’Emmanuele, il Dio con noi!

E allora buon anno sorella mia, buon anno fratello mio! Nel nome dell’Amore che vince e ogni morte, perché già morto e tornato a vivere una volta e per sempre, un buon anno nello Spirito Santo, che mai abbandona chi lo chiede!

Shalom

Luca

Raccontare di me oggi è rendermi conto della trasformazione naturale che c’è stata innanzitutto nella relazione con Dio ed in tutte le mie relazioni; è vedermi diventare finalmente un donatore di amore e non più uno che lo ruba dove gli capita.

A 14 anni ero un ragazzo tranquillo anche, forse, un po’ tonto. Ero tutto casa e chiesa, già animatore in parrocchia senza sapere bene chi fosse Dio per me. Già rubacchiavo l’amore ma non me ne rendevo conto e lo facevo perché in famiglia qualcosa era mancato sopratutto il rapporto con mio padre: uomo dai mille vizi e incapace (non per colpa sua) di amare veramente qualcuno.

Questo accade fin da quando sei piccolo e ti lascia ferite di cui crescendo non ti accorgi, e lasci andare.

Arrivano i 16 anni e con questi il lento declino. Mio padre si ammala, ha un’emorragia cerebrale (finirà su di una sedia a rotelle) ed io e mia sorella rimaniamo a casa da soli, imparando a fare le cose da grandi quando nessuno dei due lo era. Ed è qui che mi rendo conto di una cosa: io, in fondo, non avevo fatto nulla per meritarmi tutto quello che era successo: né di avere un padre così, né tutta quella sofferenza.

E allora mi chiedo in continuazione perché: “perché a me? Cosa ti ho fatto di male? Ed ora come si aggiustano le cose?”. Queste domande erano dirette a Dio. Mi sono arrabbiato con lui e ho deciso che quelle domande non le avrei più ascoltate.

Comincia così la mia doppia vita: catechista il pomeriggio, perché ti da quella dose di accettazione che in fondo desideri e di cui hai bisogno, fattone la sera.

Comincia il tram tram delle canne e dello spaccio. É un attimo: da una si passa a due, poi a tre e alla fine arrivi a 19 anni intorno ad una quindicina di canne al giorno. Ovviamente la rabbia non diminuisce, così decido di porre un freno anche con la chiesa: Dio me l’aveva fatta troppo grossa, oramai ero “grande” avevo un papà (rabbioso) sulla sedia a rotelle in casa. Mia madre e mia sorella decidono di scappare perché vivere con lui era diventato impossibile ed io resto lì, a fare cosa?

Un sera decido di smettere di fumare, al tempo la chiamai tachicardia, ora direi una bella “manona” di Dio sulla mia testa. Nessuna ripercussione, nessun tentennamento. Le persone che mi conoscono ridono quando gli dico di aver smesso (oh ridono di gusto eh!!). Le domande che fino al giorno prima avevo sotterrato tornano a galla e oramai sono gigantesche. Tutte rispondo ad un bel buco nero che chiamo “perché nessuno mi ama?”.

Questo era quello che ero. Poi è avvenuta la lenta ri-conversione, un po’ come Maria Maddalena al sepolcro che si volta indietro e finalmente riconosce Gesù: un giorno un’amica mi porta, con una scusa, in chiesa e mi fa conoscere un sacerdote e lui di punto in bianco mi offre di vederci per un caffè. Accetto il caffè convinto che mi avrebbe fatto un’omelia gigantesca e invece si dimostra solamente accogliente, mi lascia parlare di tutto e alla fine parlo anche di Dio che scopro di avere abbandonato solo io. Lui era lì ed io lo riconosco di nuovo e parlo di Lui come non ho mai fatto.

Li ricomincia il rapporto con Dio fatto di preghiera, messe (anche in mezzo alla settimana), parlare con Dio a tu per tu in quella cappellina che diventa quasi casa tua.

Lentamente mi riapproprio di me stesso, di ciò che sono e Dio mi dimostra il suo amore infinito nonostante io continui a rubare l’amore in tutte le cose che faccio, dal servizio alla relazione con la mia ragazza, fino all 2 Agosto di quest’anno. In Porziuncola porto la mia sofferenza in un pianto liberatorio lungo dieci anni di lacrime sotterrate. Mi tocca il Suo amore, il Suo abbraccio paterno, quello che avevo sempre desiderato da mio padre. Lui da padre me lo regala. Dico tra me e me: vedi a lasciar spazio a Lui che cose che fa?!

Avevo scoperto la Provvidenza per me, e ora la volevo concretizzare in casa, con mio padre. Oramai lo avevo già perdonato perché, in fondo, mi aveva donato la cosa più importante: la vita, che avevo scoperto essere bellissima.

Ma forse Lui non aveva perdonato me. Un giorno lo ritrovo lì in casa, in un lago di sangue per via della dialisi e dal momento in cui inizio a prendermi cura di lui ci ritroviamo ancorati ad un amore nuovo, ad un modo di guardarci nuovo che non è il nostro ma Grazia vera di Dio. Oggi facciamo cose da padre a figlio mai fatte in vita nostra, non volano più insulti dentro casa ed io ho scoperto l’amore e come si dona in maniera gratuita, spezzandosi per qualcun altro, proprio come se fossimo eucarestia.

Ho scoperto che Dio non dà una vita diversa ma fa diversa la vita, ti dona quel famoso cuore di carne di cui parla il profeta Ezechiele, quel cuore che dice: “la vita è bella”, centrati in Dio è meravigliosa! Per quante cose brutte possano succederci c’è un amore più grande per te, gratuito, che se gli lasci spazio fa veramente Miracoli.

Emanuele

“Vuoi venire alla missione Giovani a Roma?”

“Boh… va bene”

È iniziata così per me la Missione. Non troppo convinto, senza pensarci più di tanto.

Non sapevo bene come funzionasse una “missione”; sapevo solo che rompere le scatole ad altre persone per qualcosa che a loro non interessa, è una cosa che detesto.

Da quando anni fa ho smesso di fare il PR per una discoteca, da quando ho finalmente smesso di stressare la gente per convincerla a venire da qualche parte, pensavo di non dovermi più trovare in una situazione del genere.

E invece è successo. È successo da venerdì 9 Ottobre sera quando, appena arrivati a Centocelle, siamo stati lanciati per le strade di Roma, in una serata di pioggia, in un quartiere di universitari che dal mio punto di vista l’ultima cosa che volevano era essere fermati da un gruppo di ragazzi, frati e suore, che volevano parlare con loro e invitarli a degli incontri non ben chiari che sarebbero iniziati la settimana dopo.

Non ti nascondo la mia perplessità per quanto avevo cominciato a fare! Puoi immaginare un giovane che si stava bevendo una birra con gli amici, o che si stava girando una canna, come poteva rispondere a una proposta del genere… Soprattutto se quello che gli stava di fronte ero io, io che lì per lì non ci credevo neanche un po’ che quello che gli stavo dicendo lo interessasse anche solo lontanamente!

Allora ho deciso di prenderla come un gioco. Devo fare questa cosa? Va bene, facciamola… basta che finisca presto! Però dieci giorni sono lunghi… e al terzo, fratello/sorella mia, stavo davvero scoppiando…

Va bene la pioggia, va bene che c’è chi ti deride, va bene che c’è chi non ti calcola proprio, va bene…. Ma io sono qui… perché? Perché sto facendo questa cosa? Forse devo smetterla di accettare tutto quello che mi viene proposto… forse ci sono cose fatte per me e cose che non sono fatte per me, e devo solo imparare a discernere meglio…

Erano questi i pensieri che mi abitavano! Però almeno vedevo che non ero l’unico, e questa era una magra consolazione. Certo non sufficiente…

I giorni seguenti hanno cominciato a spiegarci meglio cosa vuol dire essere missionari, essere apostoli, mandati. Noi in effetti eravamo stati mandati dal vescovo, nella prima messa, con un vero e proprio mandato della Chiesa.

C’è un tempo per essere discepoli, per ascoltare, per meditare, per fare luce e verità dentro… C’è un tempo per essere apostoli, per portare quella luce e quella verità fuori di noi e illuminare…

In effetti se si rimane sempre e solo discepoli è come continuare a mettere olio in una lanterna senza accenderla mai… quell’olio prezioso che ti hanno versato dentro prima o poi deve farsi luce, deve farsi voce. Altrimenti che cosa serve?

Ma io questo che ti dico qui, là lo intuivo appena! Erano passati tre giorni, e io mi stavo sovraccaricando. Cominciavo a vedere davvero la povertà e la pochezza di certe persone che incontravo: delle facciate inscalfibili, delle vere e proprie corazze, erette contro chi stava soltanto cercando di portarti un po’ di sé, perché credeva che questo potesse in qualche modo riguardarti…

Quello che mi ha sconvolto però è che cominciavo a vedere non soltanto la loro povertà e pochezza… queste persone mi riflettevano tutta la mia di povertà e di pochezza! La mia chiusura, la mia facciata e corazza inscalfibile che avrei certamente esibito se io fossi stato al loro posto a bere una birra con certi miei amici…

Non basta sentire di avere molta fede, sentirsi vicini a Dio: la vera partita si gioca in strada, nella vita con gli altri. Cristo andava per le strade! Lui, vero uomo, non si è ritirato su un monte o in una città per stare da solo con Dio!

Se quella fede che dici di avere non s’incarna nelle tue relazioni, nel tuo metterci la faccia e nel prendere una posizione, allora la fede diventa solo una consolazione, un luogo sicuro in cui coccolarsi o crogiolarsi.

Io non sono riuscito ad entrare in questo passaggio fino a che non mi ci sono trovato dentro… o meglio, finché non mi ci hanno fatto trovare dentro.

Vedi, per me non era mai il momento di prendere una posizione: ‘Ci saranno altre occasioni…’ dicevo ‘questa non è l’occasione giusta per intervenire’. Oppure ‘Se adesso mi espongo non sarò più credibile e non riuscirò poi a far capire il messaggio cristiano che invece c’è dentro di me…’

Chiacchiere. Giustificazioni.

Pensi di essere testimone al momento giusto, ma non c’è un momento giusto. C’è un unico momento, che è questo. E ogni volta, sempre con gentilezza e buon senso, scegli di essere con Cristo oppure di rinnegarlo come fecero Pietro e Giuda il venerdì santo.

La buona notizia è che tutte le volte che lo hai rinnegato e che lo rinnegherai, Lui ti ha già perdonato e ti perdonerà… ma non senza sacrificio. Perché tu vali il sacrificio di Cristo, sempre. Ma non approfittarne in modo apatico, non essere indifferente a questo Suo sacrificio!

È esattamente questo che mi è scattato dentro dopo il terzo giorno della missione: quando, carico e gonfio della povertà e della sofferenza di molti sguardi incontrati, dopo aver incontrato anche il mio volto in mezzo a tutta quella folla di pecore senza una guida, il cuore mio si è mosso a compassione e davanti al Santissimo sono scoppiato in lacrime. Ho pianto tanto la terza sera, molto e per molto tempo.

Ora ho ricostruito il tutto, e ti posso quindi raccontare questa rilettura… Ma lì, gettato in ginocchio davanti al corpo di Cristo, piangevo e basta.

Vedevo la mia sofferenza, ero carico di quella delle persone incontrate e di quelle che vedevamo per strada a elemosinare un po’ di soldi o un po’ di attenzioni.

Ho capito perché ero lì, perChi ero lì. Ho capito che la sofferenza che portavo dentro era la stessa di Cristo… è chiaro che il paragone non regge il confronto. Io ci ho messo la faccia, al massimo ho preso qualche insulto, Lui si è preso delle flagellate e delle percosse ed è morto in croce per me… Ma ora, là, Gesù non mi stava chiedendo di morire in croce, né di prendere flagellate sulla schiena. Mi stava chiedendo di metterci la faccia per lui. Tutto qui. Poco o molto, quello era.

La missione è durata all’incirca un’altra settimana dopo quel momento, e tutto poi aveva preso un’altra piega… Non era più un gioco fastidioso, ma la mia vita giocata per qualcuno. E vedevo che ciò che avevo capito, anzi, quello che il Signore mi aveva fatto capire, esercitava una forza anche sulle altre persone che incontravo! Riuscivo a spiegarmi e a dire loro perché stavo facendo questa cosa e perché ero felice di farlo nonostante la fatica… riuscivo anche a far capire loro che m’interessava la loro felicità! Perché era vero! Non era più uno stressare gli altri né un convincerli a venire a questi incontri…

Era una mano tesa, uno sguardo che riesce a esserti vicino, a entrare in confidenza…. E là dove non si riusciva ad entrare, un sorriso e un saluto lasciavano comunque un precedente.

Partite sempre dal Santissimo, e tornate sempre al Santissimo.

È stata questa la chiave per entrare nella missione. Missione che non si è esaurita a Centocelle, ma che è stata dinamite per scoprire che anch’io posso essere quel volto d’amore che una volta mi ha guardato, e che mi guarda tutt’ora quando ho occhi per vedere. Gratuitamente hai ricevuto, gratuitamente dà. Dà per vivere nella persona di Gesù Cristo vivo e non nel Suo ricordo; dà per essere parte e sentirti parte di un corpo che è sposa di Cristo: una Chiesa che è Una, Santa, Cattolica e Apostolica.

 

 

“Li mandò a due a due..” per sicurezza,noi,siamo stati mandati in sessanta. Destinazione Roma – Centocelle – Missione Giovani.

Mi piace viaggiare in treno, guardo fuori e un po’ mi fa ridere questo viaggio inaspettato, un SI un po’ incosciente e curioso. Non è da nemmeno un anno che frequento Assisi e quante cose si sono trasformate, quante avventure, quanti incontri. Ma il mio incontro-scontro con i frati, in realtà avviene tre anni fa, proprio in una missione giovani, a Bologna, la mia città.

La missione a Bologna per me è stato un punto di ripartenza, riscoprire ciò in cui credevo di credere. E’ stato talmente sconvolgente che prima di andare ad Assisi ci ho messo due anni, insomma, mi ci è voluto un po’ per metabolizzare e decidere di partire sul serio, di intraprendere un cammino e realizzare il desiderio di felicità.

Ed ora in questo cammino sono stata chiamata, insieme ad altri sessanta, fra ragazzi, frati e suore di Assisi a testimoniare il mio incontro con la Misericordia di Dio ai giovani di Roma che incontreremo, a sperimentare la strada degli Apostoli, a restituire ciò che abbiamo ricevuto.

Ognuno, con il suo bagaglio e le sue paure, ha lasciato la sua piccola realtà per essere incontro, per essere sguardo, mani e piedi della Parola, di quella che ci ha riempito la vita,della Parola che per me è diventata Bellezza.

La mia preparazione apostolica non è delle migliori, ho qualche problema con il numero di tuniche, sandali e contenuto della bisaccia, nel dubbio porto un po’ di tutto, cercando di avere un piccolo appiglio sicuro in questo viaggio che non so proprio cosa mi riserverà.

Sperimentare il dono dell’Amore di Dio è il dono più bello che si possa ricevere, sperimentare l’essere dono lo è ancora di più.

Il dono nasce già dalla chiamata, da quello Sguardo che si fida di te, te che non sai nemmeno da che parte sei girato; quello sguardo che ti ama, ti accoglie per come sei e ti affida la sua vita. Ci è stata affidata la Sua bellezza per esserne testimoni, la sua luce per essere speranza, il sale per essere gusto e nutrimento, lievito per far crescere i desideri belli del cuore.

Essere missionario è fare esperienza del Suo cuore, è lasciar perdere il tuo io e far spazio a Lui.

Nessuna pretesa di riuscirci ovviamente, consapevoli di quanto il nostro cuore sia limitato e di quanto il Suo amore sia eterno. Ma quanta gioia anche solo sperimentarne un pochettino!

Ma come può l’infinito dentro un piccolo cuore umano? Solo se non trattieni niente per te, solo se ti fai strada puoi vivere i fratelli, puoi essere canale e strumento della benevolenza di Dio, canale e strumento delle sofferenze degli altri.

La missione è davvero qualcosa che puoi toccare, è esperienza di Vita piena.

Piena di sguardi, di occhi che ardono, occhi luminosi, che sorridono, che cercano conforto, occhi persi che desiderano la felicità, occhi impauriti, occhi che vogliono amare, che cercano, curiosi della vita, occhi che si difendono, occhi che nascondono, occhi che si lasciano amare; occhi che rimangono nel cuore.

Ho scoperto tante cose di me negli occhi dei fratelli che ho incontrato, ho visto il mio riflesso, le paure del passato, le mie riserve, la ricerca di uno sguardo d’amore che ho sperimentato tante volte, la paura di essere scoperti, perché negli occhi si vede ciò che sei, sei nudo, spogliato delle tue maschere, gli occhi sono la strada che porta diritta al cuore, alla tua parte più intima.

E’ una grazia enorme poter avere gli occhi dei discepoli, che scrutano la realtà, che sanno vedere la verità, quegli occhi che sanno riconoscere nel tuo fratello, nel tuo prossimo, Gesù.

Questo allora cambia tutto, le tue relazioni nascono dall’accoglienza, dal riconoscere la sacralità dell’altro, nel vedere in ogni fratello la luce di Dio, nel riconoscere nel fratello la fragilità e l’umanità di Dio. Da qui nasce la compassione, sperimentare nel tuo cuore le gioie e le sofferenze del fratello. Sentire il cuore che batte davvero insieme a quello di chi ti sta accanto.

E non importano più le differenze di opinione, le differenze di vita, quel tuo fratello ha il tuo stesso cuore, gli stessi occhi che desiderano solo essere amati, e ogni persona che incontri nel cammino è parte di te, e ogni incontro che fai diventa parte di te, questa vicinanza allora ti chiede solo una cosa: condividere tutta questa bellezza che porti nel cuore e donare all’altro una parte di te. Non ha importanza perdere qualcosa di te, perchè sai che diventerà parte del fratello. Non ha importanza la paura di mettersi a nudo, di togliere le maschere, non ha importanza proteggersi, perchè un cuore chiuso non batte con quello degli altri, è solo, ripiegato sul suo ritmo, solo un cuore spogliato può incontrare e farsi vicino al battito del prossimo e prendersene cura.

E non c’è modo migliore del prendersi cura che restituire ciò che hai ricevuto e servire chi ti sta accanto.

Restituire è il contrario di possedere, restituire è imparare ad essere grati, rendersi conto che non sono le tue capacità a renderti un bravo missionario, ma semplicemente il desiderio di far sperimentare cosa vuol dire essere amati  per ciò che si è.

Ma per far sentire amato chi ti sta di fronte è necessario saper accogliere, e questo è veramente faticoso, perchè sa accogliere chi ha accolto per primo sè stesso, perchè l’ incontro con l’altro parla sempre di te, le resistenze verso l’altro sono esattamente lo specchio che non vorresti mai avere di fronte, e allora per accogliere bisogna mettere da parte davvero il proprio IO, rendersi conto che se rimani IO, non potrai che restare da solo, senza un TU da accogliere non esiste relazione, non esiste amore.

Ogni esperienza di amore gratuito è un’esperienza di sconfitta, è perdere qualcosa a cui ti attacchi da una vita, e perdere diventa l’esperienza più liberante che ci sia; la vittoria più bella perchè fa spazio all’amore.

Si crede anche che chi serve sia lo sconfitto, ma solo un vincitore si sa abbassare, solo chi vince l’idea di essere perfetto sarà libero, solo chi vince l’istinto di prevaricare sul fratello, che è parte di te, saprà amare. E amare è servire: amare gratuitamente è essere libero.

La missione, essere apostoli è fare esperienza del cammino di Gesù, dei suoi sentimenti; è sperimentare la Pasqua, prendere la propria vita è restituirla, facendosi testimonianza.

Consumarsi per gli altri, testimoniare, ci ha dato l’opportunità di essere vita attraverso la nostra vita, di essere speranza attraverso i nostri i nostri occhi, le nostre mani, le nostre fatiche; ci ha permesso di fare delle nostre morti, vita per gli altri.

Ogni volta che abbiamo perso qualcosa di noi, abbiamo guadagnato qualcosa per chi ci stava accanto.

Missione è essere fecondi; è generare vita secondo il Suo cuore.

Sofia

Dio è davvero esagerato. E L’esagerazione è la misura che ho sempre ricercato nella mia vita e che non sono mai riuscita a raggiungere. Cercavo l’eternità nel tempo, la smisuratezza nell’amore e il massimo in ogni risultato.
Ma tutto questo lo ricercavo nel mondo e lo trovavo solo sotto forma di surrogati. Perfino Dio nella mia vita aveva sembianze e misure umane.
Sono arrivata alla marcia con il desiderio di lasciare a casa le preoccupazioni e prendermi una vacanza dal mondo, dall’università e dagli stessi amici che mi stavano stretti da tempo. Cercavo tempo libero per me… Volevo dare spazio alla mia ricerca della felicità.

Sono arrivata alla marcia senza aspettative e senza programmi ed è una cosa insolita per me. Mi ero costretta a disorganizzarmiper una volta e a fidarmi degli altri.
Facendo lo zaino la sera prima della partenza, ero stata attenta a caricarlo solo con lo stretto necessario, ma mi sembrava in ogni caso pesante. Ignoravo che da anni mi portavo nel cuore macigni enormi e che nella testa c’erano montagne di rifiuti che aspettavano solo di essere smaltiti. Mi ero preoccupata di svuotare il mio bagaglio materiale, ma avevo scordato di dare tregua al cuore e alla testa, in completa carenza d’ossigeno. Stavo troppo bene immersa nei miei impegni che mi evitavano tante domande e impedivano al silenzio di entrare e allestire il salotto per il mio incontro con Dio.
Alla marcia sono arrivata desiderosa di mettere ordine, ma senza sapere da dove partire e senza il coraggio di farlo sul serio. Tutto il coraggio di oggi è arrivato marciando, è arrivato accorciando ogni giorno, passo dopo passo, la mia distanza da Cristo.In ogni momento avrei potuto fermarmi, chiedere aiuto…Tornare indietro…Ma Dio era sempre un centimetro più vicino del momento prima e io volevo esagerare.Questa volta mi ero ripromessa davvero di fare il colpo di mano. Di toccare le sue vesti come l’emorroissa e mettere le mie mani sulle sue ferite come Tommaso. La mia determinazione e la mia testardaggine sono stati gli strumenti che più ho benedetto nella preghiera e di cui Dio si è servito per allungare il mio passo verso di lui.

I momenti di silenzio sono stati il mio sacrificio più grande. Non li desideravo, perché mi costringevano ad ascoltare tutto quello che da sempre avevo messo in modalità silenziosa. E poi mi suggerivano di fare spazio ai progetti di Dio, e io non avevo intenzione di lasciare la mia vita nelle mani di qualcun altro. Non me lo sarei mai concessa. Ma il tempo dei cambiamenti era vicino e io stessa mi ci avvicinavo senza farci caso.

Dall’incontro con le clarisse, il primo giorno, ho realizzato che Dio ti chiama ad operare per l’eternità. Dio non è mediocre e non sa cosa siano le mezze misure, le sfumature di grigio, le decisioni prese a metà, non ragiona sottraendo e dividendo. Dio moltiplica e aggiunge.“Giocatevi la vita per niente di meno che l’eternità… Fate scelte che siano per sempre”,a me questo invito piaceva. Era esagerato, provocatorio, e mi spaventava. Per lanciarsi in qualcosa di eterno ci voleva coraggio. E io non ne avevo.
“Cerco il tuo volto che mi cerca” questo ci cantavano le consacrate mentre, tra i muri silenziosi del monastero, intessevano Lodi a Dio. Non sapevo spiegarmi la pace che respiravo. Lì il tempo sembrava essersi fermato. Guardavo i trecento marciatori e guastatori che Dio aveva scelto come compagni di viaggio per me e non vedevo nulla di familiare, eppure mi sentivo a casa. Dio sapeva che cercavo casa da tempo… Nel cuore delle persone. E che il mio desiderio di trovarla mi avrebbe portato più vicino a lui di quanto potessi immaginare.
Continuavo a tenere a mente le coincidenze che si verificavano dall’inizio della marcia e a riguardarle ora, vedo quanto combaciavano con le intenzioni di Dio. Voleva sorprendermi e farmi abbassare le difese.
Ci è riuscito soprattutto al secondo giorno di marcia, quando mi è scoppiata una vescica! E mi sono riscoperta “non allenata”, “non pronta” fisicamente a quei chilometri che avevo considerato un’impresa da niente, per una sportiva come me. Dio stava facendo la sua parte e stava mostrando alla Beatrice esagerata, che non esiste alcuna preparazione adeguata al suo incontro. Perché la bellezza di Dio sta nell’imprevedibilità… E nel non-calcolo. Io avevo ancora una volta cercato di controllare tutto a mio modo, evitando l’infermeria per giorni, dimenticando di chiedere aiuto e di fermarmi. Ero troppo impegnata a guardare me stessa per accorgermi che già tante mani si erano offerte di aiutarmi. Dio tentava di comunicarmi qualcosa… Ma ascoltarlo avrebbe significato stare ai suoi piani, che io consideravo d’emergenza.
Al quarto giorno ho iniziato a farmi medicare le ferite, ho apprezzato la pazienza di Dio e disprezzato la mia testardaggine. Ho sperimentato la bellezza di farsi amare da Dio per mezzo degli altri. E toccato con mano la grandezza di un piccolo e debole amore riflesso, che attinge alla sua fonte copiosa e limpida.

Mentre scrivo queste parole, riconsidero tutti i “no” che ho detto prima delle marcia e benedico quel “si, vengo” che mi ha trascinata ad Orvieto il 25 luglio. Realizzo che questa era la mia occasione per fare sul serio con Dio e passare da una bella-vita a una vita-bella.
II tempo che dedichiamo a Dio è tempo che profuma di eternità e che non si esaurisce con il finire della clessidra. I giorni trascorsi in marcia sono fissati per l’eternità, insieme agli sguardi di chi era con me. Avevo amici vicini ma estremamente lontani, ora ho amici lontani ma estremamente vicini. Credevo di essere felice, adesso sono felice di credere. Pensavo di poter vivere da sola, ora mi rendo conto che vivere è condividere. Davvero in quei giorni quello che credevo impossibile nella mia vita è diventato quotidianità. Tutto questo lo devo a Dio.
Ringrazio anche i marciatori e i guastatori, i frati e le suore mi hanno portata a lui. Perché sono entrati nella mia vita con il desiderio di cercarlo, e nell’incontrarlo me lo hanno portato più vicino di quanto potessi credere possibile. Donarsi e spezzarsi per gli altri è amare da Dio.
E solo OGGI è il giorno perfetto per iniziare, perché con Dio, IL MEGLIO DEVE ANCORA VENIRE.

Ho iniziato il pellegrinaggio nel desiderio di cercare Dio e ho sperimentato che è impossibile desiderare davvero qualcosa e non ricercarla a fondo. Quando questo non succede è perché ad abitare in noi ci sono compromessi sbagliati, tutto quello che io chiamo “Inquinamento luminoso”.
Dio non se ne fa niente della luce artificiale, delle tue piccole soddisfazioni, del tuo tempo speso a festeggiare per dimenticare le insoddisfazioni e gli insuccessi, Lui non se ne fa niente delle tue maschere sorridenti, perché in te ricerca il volto originario, quello che ti ha donato il giorno che sei venuto al mondo. Lui aspetta con pazienza che tu faccia le rughe e pianga… che tu stia al buio per portarti alla luce del giorno. Scava nelle tue tenebre per ricercare dentro di te l’anima vergine, la Porziuncola, perché mentre eravamo ancora peccatori, è morto per noi. Dio non ha aspettative su di te, ma solo disegni di pienezza, eternità, totalità.
Io mi sono innamorata di Gesù Cristo quando mi ha promesso una vita piena, perché ero stanca di procurarmi qualcosa che la riempisse per un po’, ero stanca di affastellare impegni e occupazioni per riempire il silenzio … Dio lo abitava comunque, anche se ci stava stretto, poiché era il santuario che per anni aveva cercato di costruire nel mio cuore e che io avevo sempre abbattuto dalle fondamenta.

Il 31 luglio con la Confessione mi sono spogliata di tutte le maschere che avevo sempre indossato. Se qualcuno mi chiedesse “che volto ha la libertà per te?” oggi risponderei “Ha il volto di un uomo che è morto e risorto per me, il volto di chi mi ha trascinato fuori dalle tenebre e rimesso al mondo”. Mai avrei pensato che la libertà potesse avere il volto di qualcuno, tanto meno quello di Dio. Ma la categoria di Dio è l’impossibile. E da oggi voglio coltivarla nell’orticello della mia fede. Per farlo ho bisogno della sua grazia di cui ho fatto esperienza nella penitenziale. La confessione che, per me, era sempre stato un sacramento accessorio si è rivelato essere la chiave per le porte della vita eterna. Ho sguazzato 22 anni nei miei peccati credendo che da sola mi sarei salvata da essi…La disillusione di quella sera mi ha ricordato che io non sono Dio e che da sola non posso mietere un campo di grano senza raccogliere anche la zizzania. Mi sono sempre affannata a levarla prima del tempo, tagliandola, ignorando che le radici del male attecchiscono anche nei terreni più aridi. E che per vincere il mio peccato avevo bisogno di Dio.“È Dio che cercavo, quando sognavo la felicità”.
Il 2 agosto, baciando la terra santa che avevo raggiunto a piedi, ho strappato a Dio un abbraccio meraviglioso.

Da quando sono tornata dalla marcia, ho realizzato che la mia vita a casa è rimasta ferma al punto in cui l’avevo lasciata prima di caricare lo zaino in spalla e partire, ma nel cuore c’è un desiderio nuovo, quello di FARMI PROGRAMMARE LA VITA DA GESÙ CRISTO”. È spaventoso, e da visionari… ma sono stanca di correre il rischio di non accettare e voglio fare il BENE.

Da questo pellegrinaggio porto a casa verità, bellezza e la certezza che la misura di Dio è l’esagerazione… tutto quello che ho sempre desiderato per la mia vita.
Tutto il caso che c’era nella mia vita è mutato in provvidenza, tutto il passato in misericordia, tutto il presente in possibilità.
Mi avevano detto che la marcia sarebbe stato un posto privilegiato per fare esperienza di Dio. E così è stato. Mi sono lasciata stupire… perché chi si stupisce, regnerà e chi guarderà a Lui, sarà raggiante!

Beatrice

Sono partita per cercare Gesù nel tempio, sono tornata con il cuore colmo di meraviglia: Gesù non è lì. Ma avevo bisogno di controllare.

Ecco il mio viaggio in Terra Santa. Questa terra è piena di tutto. È piena di colori, piena di odori, piena di gente, piena di diversità, piena di cercatori di Dio. Questo luogo descrive l’assurdo dell’umanità, è l’impensabile, l’irraggiungibile, è la culla da cui proveniamo, è la descrizione della nostra umanità.
Entrare in questo paese è come entrare in una mappa che descrive il crogiuolo umano che abita la terra, è come un racconto colorito per bambini per descrivere l’assurdo del mondo, un racconto i cui personaggi sono esasperati, in cui tutto è caricaturale. Arrivare in Terra Santa è come tornare nel ventre materno, è come guardare un luogo che si è sempre conosciuto e riconoscerlo. Si rimane ad occhi spalancati, pensando che sia impossibile che sia davvero così, eppure lo è.

In Terra Santa ogni uomo cerca Dio. Gli ebrei per Gerusalemme corrono veloci, hanno sempre una meta. Stanno attendendo, eppure non attendono passivi, continuano a cercare, affannati, angosciati. I musulmani cercano Dio, sì, anche loro hanno sete, sono arrabbiati, sono frustrati dalla sua mancanza, si contendono Dio con gli ebrei, come se fosse un possesso. Gerusalemme è una città che non vive nel tempo, è una città congelata in un istante della storia, terrorizzata di cambiare, impaurita da un Dio che ancora non ha compiuto il suo annuncio, che guarda minaccioso il suo popolo dall’alto, tenendo in mano le tavole della legge. Gerusalemme è una donna che attende di partorire, vive quell’attesa della venuta al mondo del figlio, ma è anche una madre con le mani sporche di sangue, che nel suo inconscio soffre dello spargimento di cui è stata responsabile.

A Gerusalemme tutto è ad alto volume, tutto urla. Urlano i commercianti nel suk, urlano i musulmani al passaggio dei pellegrini, perfino il corpo degli ebrei oranti è un urlo. È inquietante, è di una bellezza paurosa, di una luce troppo forte per essere vera. Gerusalemme è una fortificazione che ha imprigionato sé stessa. Il centro della città è il tempio, le cui pareti sembrano crollare su sé stesse a causa della luce sfolgorante emanata dalla cupola della moschea che sorge sulla base del tempio.
È una Babele, in cui tutti rivendicano con lingue diverse la propria appartenenza a Dio. Il popolo israelo-palestinese si azzuffa su un corpo già ucciso, quello di Gesù, si combatte su qualcosa che non è più lì. Il popolo non si accorge che insultandosi, sta insultando Dio, non si accorge che trattenendolo, lo sta perdendo, l’ha già perso.
A Gerusalemme tutti pregano, ma non si riesce a pregare. Nessuno vuole sentire gli altri pregare, e nessun luogo permette a Dio di parlare, perché l’uomo pretende di dire tutto di Dio. Qui ciò che parla di Dio è l’assenza: l’assenza di pace, l’assenza di silenzio, l’assenza di ascolto, l’assenza di amore. Quanta inquietudine si vive in questa città, nel cercarlo.

Mi aspettavo un Gesù in carne ed ossa di fronte a me, con il quale parlare apertamente, e ho trovato un sepolcro vuoto. Che delusione. Ogni luogo di questo pellegrinaggio era intriso di attesa. L’attesa del sì di Maria, l’attesa della nascita, l’attesa dell’incontro con un Gesù adulto, cercatore di uomini. E ogni luogo che narra di lui, non ha senso senza il luogo successivo. Perché la storia di Dio non ha senso senza il suo finale. Per tutto il tempo ho pensato: ma dov’è??? E per tutto il tempo ho pensato ai momenti in cui ci siamo incontrati, in cui sono stata cuore a cuore con lui, ai momenti in cui mi sono sentita amata. E non lo riconoscevo. Quanta inquietudine essere nella sua terra e non trovarlo. Ma è come cercare qualcuno nella casa d’infanzia, entrare nella sua camera con ancora i pupazzi sul letto e non trovare altro che della nostalgia.

Il centro nevralgico della storia di Dio è nel calvario e poi nel sepolcro, dove l’uomo l’ha voluto relegare, incapace di accettarlo. E in questo luogo aspettavo un’enorme commozione. Ho passato una notte intera a cercarlo là dentro, senza trovarlo. Lui non c’era. Vi urlo davvero questa notizia: Gesù non è nel sepolcro!
 Davvero non è più lì. Mi sono disperata di non trovarlo. Non ci potevo credere. Quante volte ne ho fatto esperienza, quanto amo sentirmi nel suo Amore, e non trovarlo in quella che credevo la sua “casa” era per me inconcepibile. Pensavo di sbagliare qualcosa, di non conoscere più Dio, di dover ricominciare tutto da capo. Ma non mi sbagliavo: Gesù non è davvero più lì.
Il corpo di Gesù è asceso al cielo, assieme al suo spirito. E Gerusalemme questo non l’ha capito.

Gerusalemme non ha capito che ogni giorno, rifiutando i fratelli, sta rifiutando Dio. Perché Dio è dentro di noi. Io ve lo voglio dire. Ve lo voglio urlare. Voglio che tutti lo sappiano. Io ho visto uomini che lo cercano senza trovarlo, uomini per cui Dio è diventata una guerra, uomini per cui Dio è un’ideologia, una teoria, una filosofia. No, vi voglio dire, Dio è amore!
È vivo in noi, e vive di ogni volta che amiamo qualcuno.
Dio è un mistero, è la cosa più piccola del mondo, è nato e vissuto proprio lì, in quella terra che non l’avrebbe mai accettato.

Dio chiede l’umiltà di non poterlo conoscere fino in fondo, di non poterlo chiudere tra delle mura, ma di custodirlo in ciò che di più prezioso, bello ed affascinante abbiamo: il nostro corpo. Il suo corpo è diventato il nostro. Ecco perché non c’era in quel sepolcro. Dio è risorto da quel sepolcro, per fortuna!

Sono tornata a casa, a fatica, temendo ciò che mi aspettava, il pauroso quotidiano. Eppure camminando per le strade della mia città questa certezza d’amore si è fatta carne in me. In quel luogo non c’è più, ma noi l’abbiamo visto. Io voglio che lo sappiate, Dio vive nella nostra fede in Lui, nel nostro scommettere che in ogni passo faticoso nell’amore, nel rifiutare il male, nel fidarsi di Lui, c’è la vita. Io sono piccola, ma ogni volta che ci ho creduto, l’ho visto.

Non ci viene chiesto altro che di lasciarci amare e farci portatori di questo amore. Dalla Terra Santa è bello tornare, perché la vita è qui, nel nostro tempo, nel nostro spazio, non si può fermare, non si può congelare, si può solo intessere di bellezza, con la vita di Dio. Ed è in questa certezza di amore, che nasce il desiderio che tutti sappiano, che tutti sappiano che la brezza leggera che soffia per quelle strade, quasi impercettibile, è l’amore, voglio che tutti sappiano che l’uomo è degno di stima, di rispetto, perché è l’amato, perché è il luogo in cui Dio oggi vuole abitare. E non posso sopportare che qualcuno muoia senza saperlo, perché conosco il dolore di una vita spesa così.

E questo desiderio sfocia nell’impotenza di fronte alla libertà dell’altro di non accoglierlo. E di nuovo riapprodiamo all’amore. Perchè Dio ha scelto questo per mostrarsi: la possibilità del rifiuto per lasciarci liberi.
Io tutto questo non lo riesco a capire, e forse nemmeno a credere fino in fondo, ma è la mia fede, che ho ricevuto senza alcun merito, capacità o volontà, è un immeritato dono che ho ricevuto, e per questo ve la voglio donare.

Emilia