«Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mt 9,13). Sono queste le parole dolcissime che il Signore ha scelto per sigillare la mia esperienza al Corso Vocazionale del 26-31 dicembre. Uno stupendo quanto inatteso regalo di Natale che Lui aveva preparato per me, proprio nel momento in cui ne avevo maggiormente bisogno. Sono nato ed ho sempre vissuto ad Assisi, pertanto avevo molte volte sentito parlare della realtà del Sog e dei vari corsi tenuti dai frati. Tuttavia, non avevo mai sentito l’esigenza di parteciparvi, convinto che non si addicessero poi tanto al mio percorso di fede. Eppure era da tempo che sentivo la mia vita spirituale inaridirsi, avvitarsi su sé stessa, diventare triste e incapace di portare frutto per me e per gli altri. E mentre mi dimenavo tra i miei mille impegni e mi confondevo tra tante scelte professionali e di vita, il Signore ha permesso che mi potessi fermare per ascoltare la sua voce. La voce di un Padre che non desidera dei servi pronti ad obbedire ad ogni suo comando, ma dei figli che sappiano godere del suo amore, che siano capaci di gridare “aiuto!” per costringerlo a prendersi cura di loro. Un Padre che lotta affinché i desideri più profondi del mio cuore si realizzino, che combatte al mio fianco per la mia felicità. Un Dio che mi ha creato e che è contento che io sia qui, in questo mondo, che lui ha immaginato proprio con me dentro.  Riascoltare queste verità, all’apparenza così banali ma in realtà così profonde, ha avuto un effetto liberante dentro di me. Senza accorgermene, negli ultimi anni avevo smesso di percepire l’amore di Dio per la mia vita. Ero probabilmente troppo assorto nei miei schemi religiosi, credevo di aver ormai colto l’essenziale della vita cristiana e cercavo di camminare su questo sentiero, intento a non deviare mai, a fare le cose “giuste”, convinto che nel compiere i precetti avrei trovato quell’acqua per saziare la mia sete di vita. Tutto ciò però non sta avvenendo, ed era una triste verità che non riuscivo ad ammettere. Il mio cuore ha iniziato a riposarsi solamente quando ha avvertito che non ero io a dover fare qualcosa per Dio, ma Lui che stava aspettando di fare qualcosa per me, ma io non gli davo il permesso, ero troppo concentrato su me stesso, sul comprendere cosa il Signore volesse da me per realizzarmi come cristiano, come persona capace di dare la vita per l’altro. Piano piano vedevo aprirsi una nuova prospettiva: Dio mi stava chiamando a lasciarmi amare per quello che realmente ero. Dovevo lasciar cadere quella maschera da “bravo ragazzo” che spesso indosso nei rapporti con gli altri e che stavo usando anche con Dio. Dovevo darmi il permesso di gridare a Lui con tutto il cuore, di amarmi anche nei lati più oscuri della mia personalità, nelle ferite della mia storia, nei miei fallimenti. Dovevo gettargli in faccia il calderone di rabbia ribollente che stavo covando da anni, ma che non potevo tirar fuori per “salvare la faccia”, per continuarmi a dire che “va tutto bene”, trattenendo il grido di dolore dal più profondo del cuore. Ho scoperto che potevo anche ribellarmi a Dio. Anzi, che lui proprio non aspettava altro perché voleva donarmi il suo conforto. E così è stato. Non appena mi sono dato il permesso di provare anche i sentimenti che stavo reprimendo con sdegno, ho sentito la grazia dello Spirito scendere dentro di me per consolare il mio cuore con una serenità che non provavo da molto tempo. Ho iniziato pertanto a mettere da parte quell’idea di Dio che mi ero costruito con il mio moralismo, con le regole da rispettare e le aspettative da compiere, per far posto alla sua vera immagine, quella del Cristo crocifisso. Quella di un uomo che sceglie di consegnare la sua vita nient’altro che per amore della mia. Stavo provando finalmente il sapore dolce di una liberazione. Potevo azzittire il giudice interno che continuava a puntarmi il dito da anni, perché ero contento di essere mancante. E Cristo mi stava aspettando proprio lì. Perché Lui cerca i malati e i peccatori, e non serve a nulla nascondersi dietro le solite maschere. Nella sua misericordia è venuto a stanarmi, a ricordarmi che sono un suo figlio amato, facendomi nascere un profondo desiderio di godere pienamente di questo immenso amore. Lo ha fatto attraverso l’abbondante e intensa predicazione dei frati e delle suore, fatta di parole ma soprattutto di volti gioiosi. E soprattutto lo ha fatto attraverso una stupenda esperienza di fraternità, insieme ad altri ragazzi e ragazze provenienti da ogni parte d’Italia, con il loro carico di storie mai banali. E lo ha continuato a fare una volta tornato a casa, nella vita concreta di tutti i giorni, donandomi – finalmente! – la gioia di rimanere al mio posto, di apprezzare le attività del quotidiano, senza sognare “fughe ai tropici” e senza volgere lo sguardo al passato con nostalgia. Credo che questo sia per me un nuovo inizio nel mio rapporto con Dio e spero di poter scoprire sempre più il suo sguardo d’amore mentre mi contempla come sua creatura. Senza cercare di rinchiuderlo nelle mie prigioni mentali, ma rimanendo aperto alla sua sempre sorprendente novità. Perché senza dubbio Lui vuole stare insieme a me per condurmi alla realizzazione dei miei desideri più profondi, e vorrà mostrarmi nel cammino un progetto d’amore, un terreno in cui la mia vita possa essere autentica e fiorire. Sarebbe proprio un peccato, in effetti, disperdere questo immenso tesoro in avventure di piccolo cabotaggio, sconfitti dalla paura di spiegare le vele verso il mare aperto per seguire la propria, personalissima rotta. Perché ognuno di noi è un pezzo unico nel puzzle della creazione ed io mi sento una gran voglia di “incastrarmi” in quest’opera meravigliosa.

Alessandro